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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Italiani, scuola e media perdono fiducia nel rapporto FII

Il rapporto internazionale misura aspettative, costi familiari, IA, istruzione e affidabilità dell’informazione in 32 Paesi

Il rapporto FII PRIORITY Compass 2026 rileva una fiducia ridotta degli italiani nella scuola e nei mezzi d’informazione. A livello internazionale, invece, il 75% degli intervistati guarda con ottimismo alla propria vita, nonostante soltanto il 34% consideri positiva la direzione presa dal mondo.

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Le paure economiche globali

L’indagine è stata realizzata dal Future Investment Initiative Institute insieme a Ipsos tra il 24 aprile e il 5 giugno 2026, coinvolgendo 61.200 adulti in 32 Paesi. Il 46% pensa che il proprio Paese stia procedendo bene, mentre il costo della vita resta la preoccupazione più citata: lo indica il 56% del campione, con un aumento di sei punti rispetto al 2025.

Le differenze tra le aree del mondo sono marcate. Nel Sud globale il 47% vede il pianeta avviato nella direzione giusta, contro il 15% registrato nel Nord globale. Anche l’ottimismo sull’economia internazionale è distante: 49% nel primo gruppo di Paesi e 19% nel secondo. La fiducia nella possibilità di migliorare la propria condizione attraverso il lavoro raggiunge invece il 75% nel Sud globale e il 60% nel Nord.

Salute e accesso alle cure rappresentano la priorità personale per il 44% degli intervistati, seguiti dalla stabilità occupazionale e reddituale, indicata dal 43%. Per più della metà del campione, inoltre, spese quotidiane e debiti ostacolano la scelta di avere il numero desiderato di figli. Le bollette energetiche sono citate dal 34% delle persone coinvolte.


Tecnologia tra fiducia e limiti

L’interesse verso l’intelligenza artificiale resta elevato: il 57% sarebbe disposto a pagare per imparare a utilizzarla. Tuttavia, l’80% non vuole che sistemi automatizzati assumano l’ultima decisione in settori sensibili come selezioni del personale, tribunali e assistenza medica.

L’85% sostiene poi la necessità di regole comuni a livello internazionale. Sui robot prevale un atteggiamento più aperto: il 65% li considera destinati a diventare abituali nella quotidianità entro dieci anni e il 61% accetterebbe di affidare loro i lavori domestici. La disponibilità cala quando entrano in gioco le attività di cura.

Anche i servizi pubblici mostrano una valutazione critica. Meno della metà degli intervistati è soddisfatta delle cure mediche offerte nel proprio Paese, mentre il 63% accetterebbe un aumento delle imposte per garantire prestazioni accessibili a tutti. Sul fronte universitario, il 65% ritiene eccessivo il costo degli studi per la maggioranza degli studenti e il 69% chiede ai governi più investimenti nella formazione professionale.

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I dati italiani su scuola e università

In Italia soltanto il 46% pensa che il sistema educativo possa offrire ai figli delle famiglie meno abbienti una concreta possibilità di avanzamento sociale. La media internazionale arriva al 60%, con una differenza di 14 punti. Il dato segnala una fiducia limitata nella capacità della scuola di compensare le disuguaglianze di partenza.

Il giudizio sull’università è meno severo rispetto a quello medio globale. Il 53% degli italiani considera non adeguato, per la maggioranza degli iscritti, il rapporto tra costi e benefici degli studi universitari; nel complesso dei Paesi esaminati la quota sale al 65%. Quello italiano è il terzo valore più basso tra i 32 Stati coinvolti.

Solo il 47% degli intervistati in Italia ritiene che il titolo di studio pesi più delle capacità concrete quando si cerca un buon impiego. È il secondo dato più contenuto a livello mondiale. Ne emerge una posizione articolata: la laurea conserva utilità, ma non viene considerata una garanzia automatica di lavoro o di mobilità sociale.


La fiducia nei mezzi d’informazione

Il distacco dalla media internazionale è evidente anche nella valutazione dei mezzi d’informazione. La televisione nazionale è ritenuta affidabile dal 43% degli italiani, a fronte del 62% globale; per le notizie diffuse in rete le percentuali sono rispettivamente del 37% e del 52%.

L’82% degli intervistati considera inoltre i media tradizionali condizionati da orientamenti politici. Il dato descrive la percezione dei cittadini e non certifica il reale schieramento delle testate, ma mostra una frattura nella credibilità del settore. La diffidenza riguarda sia i canali tradizionali sia quelli digitali.

I creatori di contenuti online raccolgono un giudizio relativamente migliore sulla capacità di intercettare i problemi quotidiani: lo pensa il 48% degli italiani. Questa valutazione riguarda la vicinanza alle preoccupazioni del pubblico e non equivale necessariamente a un riconoscimento dell’accuratezza delle informazioni diffuse.

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