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Attualità 4 min di lettura54 min fa

Intelligence Usa, la Cia frena il piano del Pentagono

Il progetto per agenti sotto copertura riapre il confronto tra Langley, Pentagono e apparato di coordinamento nazionale

Il Pentagono prepara una rete di agenti sotto copertura, ma la Cia ne ostacola l’espansione.

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Il vantaggio politico della Cia

John Ratcliffe sembra aver rafforzato la posizione della Cia nel confronto interno all’intelligence statunitense. Langley conserva il proprio peso istituzionale, mentre il Pentagono incontra ostacoli nel tentativo di ampliare le operazioni clandestine e l’ufficio incaricato di coordinare le agenzie perde centralità.

Questo risultato resta però politico, non operativo. Gli Stati Uniti devono ancora capire come reclutare fonti, proteggerle e ottenere informazioni attendibili in un ambiente segnato da tecnologie invasive e da nuovi equilibri geopolitici.


Il rischio per il sistema informativo

La rivalità tra apparati non è l’unico problema. Se l’ufficio che dovrebbe unificare i dati e difendere l’autonomia delle analisi perde credibilità, l’intera struttura rischia di frammentarsi e di diventare più esposta alle pressioni della Casa Bianca.

La contesa riguarda quindi anche il modo in cui vengono prodotte le valutazioni destinate ai vertici politici. Il predominio di una singola agenzia non garantisce, da solo, una migliore capacità di previsione o di raccolta sul terreno.


Il progetto del Pentagono

Il dipartimento della Difesa sta valutando un programma ampliato di agenti privi di una copertura ufficiale. Questi operatori dovrebbero lavorare all’estero senza apparenti rapporti con il governo americano, presentandosi come imprenditori o specialisti di aziende private, con l’obiettivo di ottenere dati economici sulla Cina e sugli altri rivali strategici degli Stati Uniti.

L’iniziativa è ancora in fase preparatoria e il Pentagono ha contestato la ricostruzione pubblicata dal Washington Post. A occuparsene sarebbe Tom Rakusan, ex operativo della Cia con 39 anni di servizio, passato in seguito a Cerberus Capital Management, fondo cofondato da Steve Feinberg, oggi vicesegretario alla Difesa.


La fuga di informazioni

La pubblicazione del progetto ha alimentato l’ipotesi che la notizia sia stata fatta filtrare da Langley per bloccare l’autonomia operativa del Pentagono. In questa lettura, la diffusione dei dettagli sarebbe parte di una battaglia amministrativa e rappresenterebbe un ulteriore successo per Ratcliffe, direttore della Cia.

La questione delle coperture non ufficiali tocca infatti una prerogativa che Langley considera propria. L’agenzia vuole che le attività clandestine fuori dagli Stati Uniti restino coordinate dai suoi responsabili locali, mentre il dipartimento della Difesa punta a sviluppare strumenti indipendenti.


Coperture difficili da mantenere

Il problema operativo alla base dello scontro è concreto. Riconoscimenti biometrici, impronte digitali lasciate in rete e archivi facilmente consultabili rendono oggi più arduo costruire un’identità credibile e nascondere un passato militare. Anche gesti, abitudini e conoscenze insufficienti possono esporre un agente.

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Il Pentagono ha già sperimentato queste difficoltà. In un episodio richiamato dal Washington Post, alcuni operatori collegati alle forze speciali in Africa si presentarono come dipendenti di una compagnia mineraria, senza possedere però una preparazione adeguata per quel settore.


Le carenze della Cia

Anche la Cia non ha risolto il problema. Un documento interno dell’epoca della pandemia stimava che circa tre quarti dei funzionari impegnati nelle coperture più profonde avrebbero raggiunto l’età pensionabile entro la metà degli anni Venti, senza un ricambio e una preparazione sufficienti.

Un precedente tentativo di potenziare questo comparto si era inoltre arenato per carenze nell’addestramento e nella supervisione. La difficoltà, dunque, non riguarda soltanto chi debba guidare le operazioni: manca ancora un modello efficace, adeguato agli strumenti tecnologici e alle condizioni attuali.


Lo scontro tra Ratcliffe e Gabbard

Il conflitto tra agenzie si è manifestato anche a Washington. Il rapporto tra Ratcliffe e Tulsi Gabbard, che fino a giugno ha diretto l’ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale, si è deteriorato dopo mesi di contrasti sulla gestione delle informazioni e delle valutazioni destinate alla presidenza.

A giugno Reuters aveva riferito che Langley aveva ridotto il proprio contributo ad alcune analisi dell’ufficio nazionale, comprese quelle sull’Iran. Al centro della disputa c’erano anche il controllo dei dati e il rapporto quotidiano preparato per il presidente, mentre un gruppo istituito da Gabbard esaminava il rischio di politicizzazione dell’intelligence.


Un coordinamento indebolito

La Cia sosteneva che quell’indagine aggirasse le procedure di condivisione e di declassificazione. L’ufficio nazionale, invece, accusava Langley di limitare l’accesso alle informazioni. La successiva revoca di autorizzazioni di sicurezza a funzionari in servizio e in pensione, compreso un ufficiale sotto copertura della Cia, ha aggravato la contrapposizione.

L’ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale è nato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 per coordinare meglio i diversi apparati e correggere gli errori analitici che avevano preceduto la guerra in Iraq. La sua debolezza dipende però dalla struttura: deve armonizzare 18 organizzazioni dotate di competenze, culture e interessi propri, senza avere sempre i mezzi per imporre le proprie decisioni.

Gabbard ha lasciato l’incarico ufficialmente per assistere il marito malato. Le sono succeduti, ad interim, Bill Pulte, che guida anche l’agenzia federale per la finanza immobiliare, e poi Jay Clayton, ex procuratore federale del distretto Sud di New York.

Da tempo circola l’idea che l’ufficio nazionale rischi di limitarsi a convalidare le scelte politiche invece di garantire analisi autonome. Questa percezione si è rafforzata durante l’amministrazione Trump, anche per i licenziamenti e le pressioni sul personale incaricato delle valutazioni.

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