Usa e Israele, ipotesi di nuovi attacchi all’Iran
Washington prepara difese e piani militari, mentre la guerra supera i 47 miliardi di dollari alla vigilia del voto
Stati Uniti e Israele valutano una nuova offensiva contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato americane. Secondo quanto riferito da fonti informate, l’operazione potrebbe essere breve ma molto intensa e arrivare dopo il voto del 3 novembre.
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I preparativi militari americani
Washington avrebbe avvertito alcuni Paesi arabi del Golfo della possibilità di un nuovo attacco. Il Wall Street Journal riferisce che l’esercito statunitense sta spostando dal Texas una batteria di missili Patriot e sta riorganizzando il personale presente nelle basi considerate più esposte a eventuali ritorsioni iraniane.
La Casa Bianca non ha confermato i piani. In una dichiarazione ha definito non verificata l’esistenza di operazioni militari specifiche, aggiungendo però che il presidente Donald Trump mantiene «tutte le opzioni sul tavolo» per impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha collegato la possibilità di una nuova azione militare ai risultati delle elezioni in Israele. A proposito della collaborazione con Trump, ha parlato di «un’opportunità storica, unica» per eliminare definitivamente quella che considera una minaccia esistenziale proveniente dall’Iran.
Il conto della guerra
Nel frattempo, il costo del conflitto per gli Stati Uniti ha superato i 47 miliardi di dollari. La cifra, ricavata da dati del Pentagono, è superiore di oltre il 25% rispetto alla stima di 37,5 miliardi formulata a luglio dal segretario alla Difesa Pete Hegseth.
La valutazione più recente comprende oltre 29 miliardi destinati al reintegro delle munizioni utilizzate. Altri 6 miliardi sarebbero necessari per rimpiazzare mezzi e sistemi distrutti, tra cui numerosi droni e altri velivoli. Nel calcolo rientrano anche le operazioni di volo e il sostegno informatico, mentre non sarebbero stati conteggiati in modo adeguato i danni alle basi americane causati dai missili e dai droni iraniani.
Il Pentagono non ha risposto subito alle richieste di chiarimento sulla stima, che non è stata resa pubblica. L’aumento delle spese arriva mentre i Repubblicani affrontano il malcontento legato a un conflitto poco popolare e alla crescita dei costi dell’energia.
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Il voto e le parole di Trump
Le elezioni del 3 novembre stabiliranno quale partito controllerà il Congresso nei due anni successivi. Il Partito Repubblicano dispone attualmente di una maggioranza ridotta sia alla Camera sia al Senato, e il peso economico della guerra ha contribuito a indebolire il consenso verso i suoi candidati e verso il presidente.
Durante un comizio elettorale, Trump ha sostenuto che l’Iran «è in guerra contro l’America dal 1979» e ha rivendicato la decisione di colpire il Paese. Rispondendo a una domanda su un’eventuale ripetizione dell’operazione, ha detto: «Assolutamente sì. È una delle cose più grandi che abbia mai fatto».
Il presidente ha anche ridimensionato l’ipotesi di una tregua stabile, spiegando che l’intesa raggiunta non gli era mai piaciuta del tutto.
Dalla tregua ai nuovi piani
Trump aveva avviato insieme a Israele la guerra contro l’Iran a febbraio, prevedendo una durata limitata. La strategia iniziale puntava sull’uso di missili di precisione costosi per colpire le difese iraniane e passare poi a bombe meno onerose, comprese quelle dotate di kit JDAM.
Il cessate il fuoco raggiunto ad aprile ha dato a Teheran la possibilità di recuperare parte dei depositi sotterranei e di riattivare alcune difese, oltre a missili e droni che non erano disponibili durante la prima fase dei combattimenti.
In seguito, l’amministrazione Trump ha imposto un blocco navale per ridurre le entrate iraniane legate alle esportazioni petrolifere. Funzionari statunitensi, rimasti anonimi, hanno riferito che il Pentagono ha già predisposto piani per riprendere gli scontri su larga scala nel caso in cui arrivasse l’ordine presidenziale.
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