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Attualità 2 min di lettura5 ore fa

Inflazione e salari, il rischio per il Pil: -0,4% nel 2028

L’Istat segnala una frenata nel recupero delle retribuzioni e stima effetti più pesanti sulla crescita se resteranno alte le tensioni energetiche e finanziarie.

Uno scenario di energia più cara e incertezza prolungata potrebbe sottrarre 0,2 punti percentuali alla crescita del Pil nel 2027 e arrivare a 0,4 punti nel 2028. L’impatto resterebbe negativo anche nel 2029, con una riduzione stimata di 0,2 punti rispetto allo scenario di base.


Energia e rendimenti minacciano la crescita

La valutazione arriva da una simulazione aggiuntiva dell’Istat, costruita sull’ipotesi che il calo delle quotazioni delle principali materie prime energetiche proceda più lentamente nel biennio 2027-2028. A pesare sarebbero soprattutto le difficoltà dal lato dell’offerta, capaci di mantenere più a lungo la pressione sui prezzi.

In questo quadro, una risposta più incisiva della politica monetaria si sommerebbe alle preoccupazioni per l’aumento dei rendimenti dei titoli pubblici. L’incertezza degli operatori rimarrebbe elevata e la combinazione degli effetti finirebbe per rallentare ulteriormente l’economia: la perdita di crescita sarebbe di 0,2 punti nel 2027, salirebbe a 0,4 nel 2028 e si attesterebbe a 0,2 nel 2029, anche senza nuovi shock.


Il recupero degli stipendi si ferma

Sul fronte delle retribuzioni, l’Istat rileva un’interruzione del recupero nominale rispetto all’inflazione. Il miglioramento, iniziato nel quarto trimestre 2023 e proseguito fino al primo trimestre 2026, non è continuato nei tre mesi successivi.

Nel comparto privato, tra aprile e agosto, l’aumento annuo degli stipendi è rimasto leggermente inferiore alla dinamica dei prezzi. Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha quindi richiamato l’attenzione sull’evoluzione dei salari durante l’audizione sul Dpfp 2026 davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato.

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Famiglie tra consumi e risparmi

Nel secondo trimestre 2026 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è salito dello 0,4% sul periodo precedente. I consumi sono però cresciuti dell’1,7%, mentre la propensione al risparmio è scesa di 1,2 punti percentuali, portandosi al 6,7%.

L’aumento dell’1,4% del deflatore dei consumi ha inciso sul risultato reale: il potere d’acquisto ha perso lo 0,9% su base congiunturale. In questo contesto, Chelli ha sottolineato che «la risalita dell’inflazione richiede particolare attenzione sul fronte delle dinamiche retributive».


Spesa media quasi invariata

La spesa mensile media delle famiglie residenti si è attestata a 2.782 euro a valori correnti, contro i 2.755 euro del 2024: l’incremento è dell’1,0%. Il dato segnala una sostanziale stabilità della spesa nominale nel confronto annuale.

È diminuita dal 31,1% al 29,4% la quota di famiglie che ha dichiarato di aver ridotto quantità o qualità degli alimenti acquistati rispetto all’anno precedente. Considerando i prezzi e la spesa equivalente, il rapporto tra il quinto più ricco e quello più povero è passato da 5,1 a 5.

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