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Attualità 3 min di lettura4 ore fa

Il riso che sfida la siccità: Alice Cerutti torna alla natura

Nella pianura di Vercelli una risicoltrice ha restituito un terzo della propria azienda a boschi e zone umide, puntando su varietà antiche e biodiversità.

Nella pianura di Vercelli c’è un’azienda agricola dove una parte dei campi non produce più riso, ma ospita alberi, stagni e specie rare. È la scelta di Alice Cerutti, che ha riconvertito circa un terzo dei 110 ettari della Cascina Oschina per favorire gli ecosistemi naturali, anche a costo di ridurre la resa.


Diecimila alberi contro il declino naturale

Dal 2012 Cerutti guida la tenuta di famiglia e ha fatto piantare più di 10.000 esemplari autoctoni, tra querce, ontani, frassini e carpini. Attorno a una sorgente è nato un piccolo bosco: secondo l’agricoltrice, l’arrivo della vegetazione ha prodotto in breve tempo un forte incremento di farfalle, libellule e altre forme di vita.

Circa 25 ettari sono stati trasformati in aree umide, oggi frequentate da animali poco comuni. Tra questi c’è la licena delle paludi, mentre la pittima reale ha trovato qui l’unico luogo di nidificazione finora registrato in Italia. Il dato assume maggiore rilievo considerando che, negli ultimi 15 anni, gli uccelli migratori presenti nella zona risicola sono diminuiti dell’80%.


Le varietà antiche resistono meglio

Nei terreni rimasti coltivati crescono riso rosso e nero, insieme al Carnaroli Classico e all’Arborio Classico. Sono piante meno produttive rispetto alle varietà moderne, ma considerate più robuste e capaci di offrire un prodotto di qualità superiore. Per la concimazione Cerutti rinuncia ai fertilizzanti chimici e ricorre al sovescio e alle leguminose.

Tra una stagione e l’altra, circa 1.200 pecore pascolano nei campi e contribuiscono a restituire sostanza organica al terreno. L’agricoltrice sostiene inoltre che il suo Carnaroli Classico venga prodotto senza fertilizzanti chimici e che le varietà storiche affrontino meglio caldo e siccità. Il Carnaroli, in particolare, possiede ariste, sottili prolungamenti che possono aiutarlo a sopportare sia le alte sia le basse temperature.

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Un modello diverso per le risaie

L’Italia resta il principale produttore di riso in Europa, ma il comparto deve fare i conti con le importazioni dall’Asia, i costi crescenti e periodi di siccità sempre più frequenti. Secondo Coldiretti, quest’anno il caldo potrebbe provocare una perdita pari a circa il 25% del raccolto nazionale. Per reagire, alcuni produttori stanno adottando la semina a secco, che evita l’allagamento continuo dei terreni.

Secondo l’agronomo Giovanni Molina, però, l’acqua nelle risaie svolge anche una funzione ambientale: alimenta la falda sotterranea, capace di conservare quantità d’acqua molto superiori a quelle contenute nei bacini di superficie. Cerutti difende quindi pratiche come l’allagamento anticipato dei campi, ritenendole utili per aumentare la capacità del territorio di affrontare la siccità.

La sua azienda, riconosciuta come area protetta dall’Unione Europea, vende in Gran Bretagna, Dubai e Stati Uniti. Per compensare i ricavi persi con la rinuncia a una parte delle risaie, ospita scolaresche, ricercatori e turisti. «La maggior parte degli agricoltori pensa che io sia pazza», ha raccontato, ma vedere la terra tornare viva, ha aggiunto, «ci riempie di gioia».

La scelta arriva mentre le Nazioni Unite discutono l’obiettivo di proteggere entro il 2030 il 30% delle terre e degli oceani del pianeta, il cosiddetto traguardo 30×30. L’esperienza della Cascina Oschina mostra quanto questo obiettivo possa richiedere un ripensamento del rapporto tra produzione agricola e tutela della natura.

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