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Attualità 3 min di lettura16 ott

Il potere cambia padrone? La Cina vuole riscrivere le regole del mondo

Il politologo Emidio Diodato analizza il declino dell’egemonia statunitense, l’ascesa cinese e le difficoltà dell’Europa nel nuovo equilibrio internazionale.

La supremazia degli Stati Uniti non garantisce più da sola l’assetto internazionale, ma il vuoto lasciato da Washington non sembra destinato a essere occupato automaticamente da Pechino. È questa la tesi di Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all’Università per Stranieri di Perugia, che nella nuova edizione del suo libro “Che cos’è la geopolitica”, pubblicato da Carocci, interpreta la fase attuale come una transizione ancora priva di un esito definito.

Secondo il politologo, la competizione tra America e Cina non conduce necessariamente a una replica della Guerra fredda né a un semplice sistema diviso in più poli. Gli Stati Uniti stanno perdendo la capacità di sostenere da soli l’ordine costruito nel Novecento, mentre la Cina prova a colmare quel vuoto non soltanto con la forza economica, ma anche proponendo nuovi criteri per definire la civiltà e le regole globali.

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La Cina punta sulle nuove regole

Diodato contesta l’idea che lo scontro tra Washington e Pechino sia inevitabile, secondo lo schema della cosiddetta trappola di Tucidide. A suo giudizio, il passaggio in corso riguarda soprattutto il confronto tra differenti concezioni dell’ordine mondiale: Pechino non sembra interessata soltanto a diventare una potenza tra le altre, ma mira a incidere sugli standard che gli altri Paesi dovranno riconoscere.

“Non vedo quindi Pechino necessariamente impegnata ad aprire una nuova Guerra fredda”, osserva il professore. Il progetto cinese, aggiunge, punta piuttosto a sostituire gli Stati Uniti nella capacità di stabilire riferimenti e principi condivisi. Tra gli esempi viene citata la proposta di un organismo internazionale dedicato alla cooperazione sull’intelligenza artificiale, con sede a Shanghai: una struttura nella quale la Cina potrebbe contribuire direttamente alla definizione di regole e priorità.

Il libro ricostruisce questa trasformazione partendo dal significato stesso della geopolitica, parola ormai utilizzata per descrivere conflitti, commerci, tecnologie e decisioni politiche molto diverse tra loro. Diodato richiama la torre di Babele per rappresentare una disciplina nella quale lo stesso termine può assumere interpretazioni differenti e mette in guardia dal rischio di una “egopolitica”, cioè di una lettura del mondo modellata più sulle convinzioni dell’osservatore che sui fatti.

L’analisi attraversa oltre un secolo di studi, dai lavori di Alfred Thayer Mahan e Halford Mackinder alle teorie più recenti sulla sicurezza regionale, sulla globalizzazione e sulle identità culturali. Il potere viene così osservato attraverso tre dimensioni intrecciate: strategica, economica e culturale. Alla geografia si aggiungono il controllo delle infrastrutture, le reti finanziarie e commerciali, le tecnologie e la possibilità di imporre standard adottati dagli altri.

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Washington arretra, l’Europa resta divisa

Nel volume trova spazio anche la parabola del “destino manifesto” statunitense, dalla dottrina Monroe alla costruzione dell’ordine atlantico. Diodato interpreta alcune scelte di Donald Trump, dai richiami a William McKinley alle pretese su Panama e sull’Artico, fino alla nuova denominazione del golfo del Messico, come il ritorno a una tradizione americana fondata sul controllo dei grandi spazi, precedente all’internazionalismo liberale.

Proprio mentre gli Stati Uniti recuperano questa impostazione, l’Europa dispone di risorse rilevanti ma fatica a trasformarle in una posizione comune. L’Unione è una delle principali potenze economiche e, considerando insieme gli armamenti dei Paesi europei e del Regno Unito, avrebbe anche una capacità militare considerevole. Il limite individuato da Diodato non è quindi la scarsità degli strumenti, bensì l’assenza di una direzione condivisa.

La frattura attraversa ormai le tradizionali categorie politiche. Le ultime tre elezioni del Parlamento europeo mostrano, secondo il politologo, una contrapposizione crescente tra chi sostiene una maggiore integrazione e chi la respinge; il contrasto riguarda economia, diritti, agricoltura e politica estera. Poiché l’Unione è una costruzione democratica, questa divisione non può essere cancellata rapidamente né superata attraverso una semplice decisione dei governi.

Diodato attribuisce comunque all’Europa un peso decisivo nella crisi ucraina. “Senza l’Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin”, afferma il professore, collegando questa valutazione alla necessità di arrivare a un compromesso capace di fermare il conflitto. La sua posizione si inserisce in una riflessione più ampia sul futuro dell’Unione, sui rapporti con la Cina e l’Africa e sulla possibilità di un multilateralismo che non dipenda più dall’egemonia americana.

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