Panama, la svolta militare di Trump riaccende il fronte anti-Usa
Washington prepara nuove operazioni nell’emisfero occidentale, mentre a Panama si discute della presenza di centinaia di militari statunitensi e dei limiti imposti dalla Costituzione.
«Praticamente tutte le elezioni che si sono svolte nell’emisfero occidentale da quando lei è stato eletto presidente hanno portato alla vittoria di qualcuno favorevole agli Stati Uniti. E credo che questa sia una situazione straordinaria». Marco Rubio lo ha detto a Donald Trump con tono celebrativo, descrivendo il quadro politico regionale come una condizione favorevole alla strategia di Washington.
L’obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti è rafforzare il proprio peso nell’America Latina. Panama rappresenta il primo punto di approdo di questo nuovo assetto, ma il progetto coinvolge anche Colombia, Ecuador, Honduras e Perù, con iniziative militari, trasferimenti di risorse e cooperazione nel settore degli armamenti.
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Panama torna centrale per Washington
La posizione geografica rende Panama un passaggio logistico decisivo per l’emisfero occidentale. Nel Paese restano inoltre strutture militari e centri per l’addestramento realizzati dagli Stati Uniti prima della fine della loro presenza nella Zona del Canale, sancita dagli accordi Torrijos-Carter del 1977.
Il Paese, in passato inserito dalla Cina nella Nuova via della Seta, è diventato così il terreno iniziale della nuova iniziativa americana. Il piano viene letto anche come una risposta alla competizione con Pechino e Mosca, nonostante l’amministrazione Trump abbia cercato in più occasioni intese con entrambe, compreso il recente accordo con la Russia sul gasolio.
Un dispiegamento ancora contestato
Secondo le informazioni circolate negli Stati Uniti, circa 600 militari della 10th Mountain Division dovrebbero raggiungere Panama per esercitazioni nella foresta e per attività congiunte con le forze locali. Tra le strutture interessate figura la base aeronautica Cristobal Colón. La permanenza potrebbe avvenire a rotazione, così da ridurre l’impatto dei vincoli costituzionali e delle norme sulla sovranità nazionale.
L’ambasciata statunitense a Panama aveva inizialmente respinto la ricostruzione, definendola «categoricamente falsa» e «sensazionalista». Il ministero panamense della Sicurezza ha fornito una versione ridimensionata, parlando di 128 militari, ma la divergenza sui numeri non ha spento le polemiche.
Gli accordi del 1977 nel mirino
La discussione si è intensificata anche perché Panama sta ancora affrontando le conseguenze del terremoto di magnitudo 7,6 del 9 ottobre. Per Miguel Antonio Bernal, docente di Diritto costituzionale all’Università di Panama, qualsiasi intesa che consenta a personale armato straniero di operare nella regione «è incostituzionale e viola lo Spirito dei trattati Torrijos-Carter».
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Il riferimento è agli accordi che posero fine alla presenza militare statunitense nella Zona del Canale. La possibile rotazione dei contingenti viene considerata dai critici un espediente per aggirare i limiti previsti dalla Costituzione e per rendere più stabile una presenza che, almeno formalmente, dovrebbe restare temporanea.
Una rete militare per l’emisfero
Il progetto non si limita al territorio panamense. Gli Stati Uniti intendono attivare a Miami un centro operativo dedicato all’emisfero occidentale, posto sotto la guida del maggiore generale Kevin Jarrard e destinato a coordinare ulteriori contingenti.
Nello stesso quadro rientra il trasferimento di droni MQ-9 Reaper dal Sahel e dal Corno d’Africa verso il Sudamerica. La nuova distribuzione delle risorse comprende anche 52 milioni di dollari, già destinati a Paesi dell’Europa orientale e del Nordafrica, ora indirizzati soprattutto a Colombia, Ecuador, Panama e Perù.
Armi, narcotraffico e sfere d’influenza
I Paesi beneficiari dovranno utilizzare quei fondi per acquistare armamenti e tecnologie da fornitori autorizzati dal Dipartimento di Stato, tra cui Boeing, General Atomics e Lockheed Martin. L’operazione si collega alla Forza congiunta per l’emisfero occidentale, avviata dagli Stati Uniti all’inizio di agosto per colpire cartelli e reti del narcotraffico.
Adam Isacson, dell’Ufficio di Washington per l’America Latina, ha osservato che un trasferimento di truppe statunitensi di queste dimensioni nella regione ha pochi precedenti, al di fuori di invasioni o calamità naturali. Richard Haass, presidente emerito del Consiglio per le relazioni estere, interpreta invece il riassetto come il passaggio da una governance globale dominata dagli Stati Uniti a un sistema fondato su aree regionali di influenza.
La strategia americana si accompagna anche a un tentativo di riallineamento politico del continente. Restano fuori dal quadro più favorevole a Washington Brasile, Messico, Cuba e Nicaragua; in Brasile, secondo il testo di riferimento, l’esito sarebbe stato legato al secondo turno delle elezioni del 25 ottobre. Nel complesso, l’espansione militare e diplomatica statunitense punta a consolidare il controllo strategico dell’area proprio mentre cresce la competizione con Cina e Russia.
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