Bonus affitto, il paradosso delle soglie: chi rischia di restare fuori
Il contributo per i genitori separati può arrivare a 6mila euro l’anno, ma il meccanismo basato sul reddito personale crea graduatorie difficili da giustificare.
Un genitore separato con 37mila euro di reddito e quattro figli a carico potrebbe essere escluso, mentre chi dichiara 33mila euro e ha un solo figlio avrebbe accesso al beneficio. È uno degli effetti prodotti dai criteri scelti per il nuovo sostegno all’affitto, costruiti sul reddito individuale e non sull’Isee.
Il fondo, introdotto dalla legge di bilancio per il 2026, dispone di 20 milioni di euro l’anno. Il decreto interministeriale 200/2026 ne ha definito importo e modalità di assegnazione: il contributo coprirà il 50 per cento del canone annuo, fino a un limite di 6mila euro. A rendere controverso il provvedimento, però, sono soprattutto le soglie economiche e i punteggi previsti per formare la graduatoria.
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Il reddito personale non basta
La misura è rivolta ai genitori separati o divorziati con figli fiscalmente a carico fino a 21 anni, quando l’abitazione familiare di proprietà non è stata assegnata al richiedente. Restano quindi fuori, tra gli altri, i genitori che devono sostenere un nuovo affitto pur non essendo proprietari dell’immobile familiare. La disciplina considera inoltre soltanto le coppie unite dal matrimonio, anche se esiste un provvedimento giudiziario sull’affidamento e sul mantenimento dei figli.
Per stabilire chi può concorrere, il decreto guarda all’ultima dichiarazione dei redditi del singolo richiedente. Secondo Matteo Salvini, questa impostazione permetterebbe di includere anche il ceto medio, che potrebbe essere escluso da limiti Isee molto bassi. Il punto, tuttavia, non è quale indicatore allarghi automaticamente la platea: con risorse limitate, il criterio economico serve soprattutto a stabilire l’ordine dei richiedenti e chi rimarrà senza contributo.
L’Isee è stato progettato proprio per confrontare situazioni familiari differenti. Considera il nucleo nel suo complesso, il numero dei componenti e gli obblighi economici verso persone non autonome, compresi i figli che non vivono con il genitore separato. Il reddito individuale, invece, può descrivere in modo incompleto la reale disponibilità di una persona: un singolo può guadagnare poco ma contare su un nucleo familiare benestante, oppure avere un reddito discreto e dover mantenere molti familiari.
Le soglie creano risultati incoerenti
Un ulteriore limite riguarda le componenti economiche prese in considerazione. L’Isee comprende anche i proventi finanziari e, in generale, tiene insieme redditi e patrimonio. Il nuovo criterio, basato sulla dichiarazione individuale, non considera invece i redditi finanziari; resta da verificare se verranno inclusi correttamente anche quelli sottoposti a regimi fiscali diversi dall’Irpef, come il forfettario per gli autonomi o la cedolare secca sugli affitti.
Anche il patrimonio viene trattato con regole separate e meno organiche. Così, un richiedente con 34mila euro di reddito e 50mila euro investiti potrebbe aspirare al bonus, mentre chi dichiara 35.100 euro e possiede soltanto 5mila euro di attività finanziarie sarebbe escluso. La differenza di reddito è minima, ma l’esito cambia completamente.
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Lo stesso accade combinando reddito e proprietà immobiliari. Un genitore con 34mila euro di reddito e una casa situata a oltre 50 chilometri dal comune in cui si trova l’abitazione familiare potrebbe rientrare tra i beneficiari; un altro, con 36mila euro e nessun immobile, verrebbe invece lasciato fuori. La distanza dalla casa familiare diventa così determinante insieme a una soglia reddituale rigida.
Anche la graduatoria penalizza i figli
Le anomalie possono emergere persino nell’attribuzione dei punti. A parità di altre condizioni, un genitore con un reddito di 24.900 euro e un solo figlio può precedere in graduatoria chi dichiara 25.100 euro ma ha due figli a carico. Una differenza di 200 euro prevale dunque su una maggiore responsabilità familiare.
Il patrimonio immobiliare e il numero dei figli non sono ignorati dal decreto, ma vengono utilizzati attraverso esclusioni e punteggi separati dall’indicatore economico complessivo. Il risultato è un sistema composto da soglie e correttivi che possono produrre classifiche difficili da collegare alla reale condizione di bisogno.
La scelta di accantonare l’Isee può quindi favorire l’ingresso di alcune persone con una situazione economica relativamente solida, ma allo stesso tempo escluderne altre che si trovano in condizioni più fragili. Non è detto, inoltre, che il numero complessivo dei beneficiari aumenti: il fondo resta limitato a 20 milioni annui e il contributo dipende dalla metà del canone, fino a 6mila euro. Se gli ammessi pagano affitti più elevati, le risorse potrebbero bastare per meno famiglie.
Il decreto rischia così di sostituire un indicatore unitario con una combinazione di reddito personale, patrimonio e carichi familiari, senza riuscire a rappresentare in modo coerente le situazioni dei genitori separati. Le conseguenze possono essere graduatorie in cui differenze minime determinano l’accesso o l’esclusione, mentre elementi rilevanti come il numero dei figli pesano meno del previsto.
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