Il peso europeo non basta: la partita si gioca tra debito e potere
Marta Dassù ed Edoardo Campanella analizzano la crisi dell’ordine globale e indicano nell’autonomia economica la possibile risposta dell’Europa.
«L’Europa si fa anche dal basso, non solo dall’alto». La formula scelta da Lorenzo Bini Smaghi riassume una delle questioni centrali emerse nel confronto sulla posizione europea: per contare davvero, l’Unione non può affidarsi soltanto alle istituzioni comuni, ma deve sviluppare forze economiche capaci di agire su scala continentale.
Il riferimento è alla costruzione di grandi operatori sostenuti da risorse pubbliche e investimenti privati europei. Dopo Airbus, secondo Bini Smaghi, servirebbero iniziative condivise nei comparti della tecnologia, della farmaceutica, della finanza e negli altri ambiti considerati strategici.
La dipendenza economica pesa sulle potenze
La rivalità tra Stati Uniti e Cina non riguarda soltanto la supremazia politica o militare. Entrambi i Paesi devono sostenere modelli economici costosi, la cui tenuta dipende anche dai rapporti con il resto del mondo e dall’accesso a risorse finanziarie esterne.
Bini Smaghi ha osservato che per Washington è diventato più difficile continuare a importare più di quanto esporti e finanziare dall’estero una parte significativa della propria economia, soprattutto mentre cresce la concorrenza cinese. Pechino, invece, deve mantenere elevati produzione ed esportazioni per conservare un ruolo decisivo nelle catene del valore, senza far crescere troppo i consumi interni.
L’ex Bce ha descritto la situazione con queste parole: «Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla». La contesa tra i due protagonisti appare così legata a un ricorso crescente al debito, con dubbi sulla solidità futura di entrambi i sistemi.
Per l’Europa questa fragilità può rappresentare uno spazio di manovra. Il mercato e il risparmio del continente sono necessari sia agli Stati Uniti sia alla Cina; il problema consiste nel trasformare queste risorse in una strategia economica meno dipendente dalle decisioni altrui.
L’Europa deve trasformare il peso in azione
Marta Dassù ha sostenuto che l’Unione non possa esaurire il proprio ruolo nella produzione di norme. La capacità di stabilire regole resta una componente dell’identità europea, ma deve essere affiancata da strumenti in grado di difendere gli interessi comuni e intervenire nei settori decisivi.
La sfida, quindi, riguarda il passaggio dall’influenza regolatoria a una capacità concreta di incidere. L’Europa rischia altrimenti di assistere alla competizione globale senza riuscire a usare il proprio peso economico come leva politica.
Giampiero Massolo ha distinto il semplice disordine dalla perdita dell’ordine. Nel primo caso un sistema di norme continua a esistere, anche se viene violato; nel secondo viene messa in discussione la sua stessa importanza. In questo scenario, gli Stati tendono a perseguire i propri obiettivi attraverso la pressione, la forza o la minaccia di ricorrervi.
La maggiore disponibilità di potere, tuttavia, non assicura automaticamente il raggiungimento dei risultati. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di risorse superiori a quelle della maggior parte degli altri attori, ma devono confrontarsi con dipendenze, resistenze e capacità di blocco che riducono l’efficacia delle loro iniziative.
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Un sistema internazionale sempre più frammentato
La lettura proposta da Dassù ed Edoardo Campanella non descrive il futuro come una semplice spartizione del pianeta tra imperi rivali. La globalizzazione basata su scambi aperti e principi condivisi si è indebolita, mentre tecnologia, finanza e strumenti economici vengono impiegati con frequenza crescente per esercitare pressione.
Nel quadro delineato dagli autori, non si tratta soltanto di una fase caotica destinata a concludersi. È in discussione l’idea stessa di un assetto internazionale fondato su regole riconosciute, almeno in parte, dai diversi protagonisti.
La nozione di ordine richiamata da Dassù, con riferimento a Henry Kissinger, combina due condizioni: un equilibrio relativamente stabile tra le forze e un insieme di norme accettate dagli attori principali. Oggi entrambe appaiono più fragili, anche perché il potere non appartiene più esclusivamente agli Stati.
Le grandi piattaforme tecnologiche e altri soggetti privati partecipano infatti alla distribuzione dell’influenza globale. Nel frattempo, gli Stati meno potenti possono rallentare le strategie delle grandi potenze o renderle più onerose, mentre chi avrebbe i mezzi per trasformare una crisi in una guerra mondiale cerca di evitare il confronto diretto.
Alleanze flessibili e scelta europea
Il risultato è un ambiente segnato da pressioni incrociate e intese meno vincolanti rispetto al passato. Le potenze intermedie possono così cambiare interlocutori a seconda degli interessi in gioco e delle singole questioni, senza legarsi in modo definitivo a uno schieramento.
In questo contesto, il rafforzamento dell’integrazione europea diventa un tema politico oltre che economico. Nel dibattito, moderato da Alessandra Sardoni, sono intervenuti anche Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise, insieme a Giampiero Massolo.
Valensise, presidente dello Iai, ha invitato a non trasformare le debolezze dell’Europa in una protesta senza sbocco. A suo giudizio, l’Unione dispone già di una base comune e di margini per reagire, ma deve consolidare il progetto condiviso invece di ridursi alla somma di iniziative nazionali.
Le riflessioni sono state presentate al Centro Studi Americani di Roma in occasione del libro *L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire*, scritto da Marta Dassù ed Edoardo Campanella. Il volume colloca la discussione europea dentro una trasformazione più ampia, nella quale il potere economico e tecnologico sostituisce sempre più spesso le regole comuni come strumento di competizione.
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