Il mondo senza regole: perché i nuovi imperi rischiano di fallire
Marta Dassù e gli autori del nuovo libro descrivono una competizione globale dominata da tecnologia, debito e potenze prive di alleanze stabili.
La competizione tra Stati Uniti e Cina non sta conducendo verso una semplice spartizione del pianeta tra nuovi imperi. Secondo Marta Dassù, il risultato più probabile è invece una lunga fase di frammentazione, in cui le regole comuni perdono autorevolezza e il potere si distribuisce tra Stati, potenze intermedie e grandi aziende tecnologiche.
La riflessione è al centro di “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire”, volume scritto da Dassù insieme a Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma. L’incontro, moderato da Alessandra Sardoni, ha riunito anche Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise.
La competizione supera i vecchi imperi
Per Dassù, gli sviluppi osservati dopo la crisi finanziaria del 2008 hanno ormai raggiunto una fase più avanzata. Washington e Pechino non puntano più sull’idea di mercati uniformi e interdipendenti, ma impiegano commercio, finanza e produzione come strumenti di pressione reciproca. Al centro dello scontro c’è soprattutto il controllo delle tecnologie strategiche.
Gli autori escludono tuttavia che il confronto sfoci necessariamente in un duello diretto o in una nuova intesa tra imperi. La definizione scelta è quella di “assenza di ordine”: non una parentesi di instabilità destinata a chiudersi, ma la messa in dubbio della stessa utilità di un sistema internazionale fondato su norme condivise. Ne deriverebbe un multipolarismo caotico, con equilibri continuamente mutevoli.
Secondo la lettura attribuita a Henry Kissinger, un ordine internazionale richiede sia una distribuzione relativamente stabile della forza sia un nucleo di regole riconosciute. Oggi, sostiene Dassù, entrambi gli elementi appaiono indeboliti. Il potere non appartiene più soltanto ai governi: piattaforme digitali e grandi gruppi privati hanno acquisito un’influenza crescente.
La forza non garantisce il risultato
Giampiero Massolo ha insistito sulla differenza tra disordine e assenza di ordine. Nel primo caso, le regole continuano a esistere, anche se vengono violate; nel secondo, è il principio stesso della regola a essere contestato. In questo scenario, l’interesse nazionale viene perseguito attraverso la pressione, la minaccia o la dimostrazione della propria forza.
Il paradosso, però, è che una maggiore potenza non assicura automaticamente il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di strumenti superiori rispetto a quelli della maggior parte degli altri attori, ma devono fare i conti con dipendenze economiche, ostacoli e capacità di blocco esercitate anche da soggetti meno forti.
Diventa così più difficile individuare un vero centro del sistema e una periferia subordinata. Le potenze medie scelgono sempre più spesso il multi-allineamento: collaborano con interlocutori diversi a seconda della questione in gioco, senza legarsi in modo definitivo a un solo schieramento. Le alleanze permanenti lasciano spazio a intese temporanee e variabili.
Il costo economico della sfida
Lorenzo Bini Smaghi ha analizzato la questione partendo dal peso finanziario degli imperi. Una potenza può ottenere vantaggi dal proprio ruolo dominante, ma deve sostenere spese sempre più elevate per conservarlo. L’intensificarsi della rivalità rende questo modello ancora più oneroso.
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Gli Stati Uniti, nella sua ricostruzione, hanno potuto per lungo tempo acquistare dall’estero più di quanto vendessero e finanziare in questo modo una parte significativa della propria economia. Il confronto con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno di risorse di Washington. Pechino affronta una difficoltà diversa: per restare centrale nelle catene produttive mondiali deve sostenere esportazioni e produzione, mantenendo contenuti i consumi interni.
“Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha affermato Bini Smaghi, riassumendo la situazione come “una gara a debito”. Per entrambe, ha spiegato, la prosecuzione della competizione pone interrogativi sulla sostenibilità dei rispettivi modelli.
Da questa vulnerabilità l’economista ricava una prospettiva meno negativa per l’Europa. Il mercato e il risparmio del continente restano risorse utili sia agli Stati Uniti sia alla Cina; il nodo è trasformare questo peso economico in una concreta capacità di incidere sulle decisioni.
L’Europa cerca un ruolo autonomo
Marta Dassù ritiene che l’Unione europea non possa limitarsi a produrre norme. Le sue regole, ha osservato, dovrebbero essere più efficaci e accompagnate da strumenti strategici capaci di valorizzare le risorse già disponibili. L’obiettivo è consentire all’Europa di avere un ruolo effettivo nel nuovo assetto globale, “non solo sul menù ma anche al tavolo”.
Bini Smaghi ha indicato una strada complementare: favorire la nascita di grandi operatori continentali, sostenuti non soltanto dalle istituzioni ma anche da capitali privati europei. Il riferimento è Airbus; secondo l’ex Banca centrale europea, servirebbero iniziative analoghe nei comparti tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri settori considerati strategici. “L’Europa si fa anche dal basso, non solo dall’alto”, ha sintetizzato.
Michele Valensise, presidente dell’Istituto affari internazionali, ha invitato a non trasformare le fragilità dell’Unione in una lamentazione permanente. “L’Europa esiste eccome”, ha detto, richiamando gli elementi di fiducia presenti nel libro e indicando nell’integrazione più stretta la condizione per una possibile reazione europea.
Il rafforzamento dell’Unione, nella sua impostazione, non può essere sostituito da risposte affidate esclusivamente ai singoli Paesi. Il confronto ospitato dal Centro Studi Americani ha lasciato così aperta la questione centrale: come costruire un’autonomia europea in un sistema nel quale i poteri sono più dispersi, le regole meno condivise e le convergenze sempre più provvisorie.
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