Il centro si divide ancora: la sfida vale più delle poltrone
Calenda, Picierno e Marattin ripropongono antiche fratture tra riformisti e liberali, mentre il possibile ritorno del proporzionale può restituire peso decisivo alle forze centriste.
Carlo Calenda, Pina Picierno e Luigi Marattin appartengono a una minoranza politica che prova a proporre ricette articolate, spesso difficili da vendere agli elettori, contro il declino dell’economia e del benessere italiani. Il loro obiettivo comune è ricostruire uno spazio liberaldemocratico che, secondo questa lettura, al Paese serve ancora.
Il problema è che la tradizione dei piccoli partiti laici insegna quanto sia complicato trasformare una necessità politica in un progetto condiviso. Quelle formazioni valevano appena il 3 o il 4 per cento, ma il sistema proporzionale consentiva loro di orientare la nascita dei governi. Uno scenario simile potrebbe ripresentarsi se nessuno dei due principali schieramenti superasse il 42 per cento: per questo il confronto sul centro non riguarda soltanto la leadership, ma anche la capacità di costruire uno spazio abbastanza ampio da contare davvero.
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Il centro può ancora pesare
Gli eredi di quella cultura hanno mantenuto alcuni vizi storici: rivalità personali, reciproche scomuniche e la difficoltà di fondere gruppi diversi senza riaprire subito le divisioni. Anche l’unificazione socialista del 1966 mostrò quanto fosse fragile un’operazione del genere. Tuttavia, ridurre l’attuale confronto a una semplice gara di vanità sarebbe incompleto.
Pina Picierno ha scelto, per esempio, lo sciopero della fame come strumento di pressione, richiamando la tradizione di Marco Pannella. La protesta chiedeva un’azione europea tempestiva e incisiva per la sorte di alcune centinaia di ucraini nella città assediata di Oleshky. Anche la sua uscita dal Partito Democratico è stata motivata da una frattura politica riconducibile allo scontro tra riformismo e massimalismo.
Vecchie divisioni, nuove accuse
Il contrasto tra Calenda e Marattin si è acceso mentre Azione e Spazio Pubblico cercavano un’intesa per dare forma a un’alternativa europeista al «bipopulismo». Marattin, percependo di essere stato lasciato ai margini, ha iniziato a guardare con interesse verso Forza Italia e il centrodestra: «Se son rose fioriranno».
La risposta di Calenda è stata durissima: ha accusato l’ex alleato di voler «andare a fare i cespugli» con Matteo Salvini e di considerare la politica un «taxi per entrare in Parlamento». Marattin ha replicato definendo il leader di Azione «un cespuglio che si crede foresta» e contestandogli l’idea di poter assorbire tutti gli altri con la formula «venite in Azione e risolvo tutto io».
La frattura che parte da lontano
Dietro lo scontro personale riaffiora una contrapposizione già vista nella cultura laica del dopoguerra. Il rapporto tra Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi ne fu una delle espressioni più evidenti: i due avevano lavorato negli anni Trenta alla Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli, ma non riuscirono mai a superare una forte incompatibilità umana. Malagodi la riassunse così parlando con Eugenio Scalfari: «Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io».
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Le divergenze riguardavano anche l’idea di sviluppo. La Malfa sosteneva un riformismo repubblicano fondato sulla programmazione e su un ruolo attivo dello Stato nella modernizzazione industriale, oltre che su un’apertura verso la sinistra. Malagodi difendeva invece il liberismo classico del Partito Liberale, contrario a un intervento pubblico esteso e più vicino agli interessi del ceto produttivo preoccupato dall’avanzata socialista.
Da Saragat alla sfida europea
Un altro precedente riguarda la scissione socialista del gennaio 1947. Giuseppe Saragat separò il proprio partito dall’area guidata da Pietro Nenni per sottrarlo al patto d’unità d’azione con il PCI di Palmiro Togliatti. Nenni attribuì la rottura alla «volontà della borghesia, che preme alle porte del congresso», mentre la propaganda frontista bollò Saragat come «servo degli americani».
La scelta di Picierno di lasciare il Partito Democratico, maturata dopo le critiche alle ambiguità della segreteria Elly Schlein sul «fascismo putiniano» e il rifiuto della subalternità al «campo Lavrov» di Giuseppe Conte, richiama quella stessa linea di frattura. In entrambi i casi la politica estera diventa il punto in cui riformisti e massimalisti si separano: da una parte il legame con l’Occidente, dall’altra una posizione neutralista giudicata ambigua.
Quando la posta era altissima
Il confronto odierno conserva alcuni tratti di quelle dispute, ma non ha ancora la medesima portata storica. Nel 1947, la scissione guidata da Saragat coinvolse cinquantadue dei centoquindici deputati della Costituente e investì la collocazione internazionale dell’Italia, divisa tra le democrazie atlantiche e il rischio di una deriva oltre la Cortina di ferro.
Nel 1962, La Malfa e Malagodi si affrontavano invece su questioni decisive per l’economia: la Nota aggiuntiva al bilancio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel. In discussione c’era anche il confine tra iniziativa pubblica e mercato durante il miracolo economico. Sebbene pesassero poco in termini elettorali, i partiti laici potevano allora condizionare gli esecutivi e alimentare il dibattito intellettuale della Repubblica.
Il paragone con il presente non è quindi privo di fondamento, ma obbliga a chiedersi quale sia oggi la reale posta in gioco dello scontro tra centrodestra e centrosinistra. Il cosiddetto «bipopulismo» può incidere sulle alleanze internazionali e sulla tenuta del sistema economico, ma i protagonisti del nuovo centro devono prima dimostrare di saper costruire una casa comune invece di contendersene subito le chiavi.
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