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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Calenda, Marattin e Picierno: la sfida per una casa senza padrone

Le tensioni tra i protagonisti del nuovo centro liberaldemocratico ripropongono antiche divisioni, ma oggi il peso politico di quell’area appare ancora tutto da conquistare.

La costruzione di un’area liberaldemocratica rischia di fermarsi davanti alla porta d’ingresso: i suoi protagonisti condividono l’obiettivo, ma continuano a contendersi il controllo della casa. Intanto Pina Picierno ha scelto una forma di mobilitazione radicale, iniziando uno sciopero della fame per chiedere all’Europa un’azione tempestiva sulla situazione di Oleshky, città ucraina assediata. È un gesto che riporta nel confronto politico una tradizione di impegno diretto e di pressione sulle istituzioni.

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Un’area piccola ma decisiva

Picierno, Carlo Calenda e Luigi Marattin appartengono a una cerchia ristretta di politici che provano a proporre risposte articolate ai problemi economici e sociali del Paese, anche quando queste soluzioni risultano difficili da vendere all’opinione pubblica. Tutti, con accenti differenti, puntano a ricomporre uno spazio liberal-democratico oggi frammentato.

La loro debolezza numerica non esclude conseguenze politiche rilevanti. I partiti laici della Prima Repubblica si muovevano spesso intorno al 3 o al 4 per cento, ma il sistema proporzionale consentiva loro di incidere sulla formazione dei governi. Uno scenario simile potrebbe ripresentarsi qualora nessuno dei due principali schieramenti riuscisse a superare il 42 per cento. Per questo, oltre alla leadership, resta da definire la consistenza della coalizione.


Le vecchie fratture tornano in scena

La tensione esplosa tra Azione e Spazio Pubblico nasce anche dal tentativo di Calenda e Picierno di dar vita a un’intesa europeista contrapposta al «bipopulismo». Marattin, sentendosi lasciato ai margini, ha invece rivolto lo sguardo verso Forza Italia e il centrodestra: «Se son rose fioriranno». La reazione di Calenda è stata durissima: lo ha accusato di cercare un posto come «cespuglio» accanto a Matteo Salvini e di considerare la politica un «taxi per entrare in Parlamento».

Marattin ha risposto sostenendo che il leader di Azione sarebbe «un cespuglio che si crede foresta» e che vorrebbe assorbire ogni interlocutore con la promessa «venite in Azione e risolvo tutto io». Al di là delle battute, il contrasto mostra quanto siano ancora forti rivalità personali, ambizioni concorrenti e difficoltà nel fondere organizzazioni diverse.


Dai duelli storici al presente

La dinamica ricorda, pur su una scala molto più ridotta, il confronto tra Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi. I due avevano lavorato negli anni Trenta alla Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli, ma non trasformarono la conoscenza personale in sintonia politica. Malagodi raccontò a Eugenio Scalfari: «Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io».

La distanza tra loro riguardava innanzitutto il ruolo dello Stato. La Malfa rappresentava un repubblicanesimo riformatore, favorevole alla programmazione e a un intervento pubblico capace di accompagnare l’industrializzazione, oltre che a un dialogo con la sinistra. Malagodi difendeva invece il liberalismo classico del Partito Liberale Italiano e guardava con diffidenza all’espansione dello Stato nell’economia, intercettando gli interessi dei ceti produttivi timorosi dell’avanzata socialista.

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Un’altra analogia riguarda la frattura tra Pina Picierno ed Elly Schlein. L’uscita di Picierno dal Partito Democratico, motivata dalle critiche alla linea della segreteria sul «fascismo putiniano» e dal rifiuto di una posizione subordinata al «campo Lavrov» di Giuseppe Conte, richiama la scissione socialista del gennaio 1947. In quella circostanza Giuseppe Saragat si separò da Pietro Nenni per contestare il legame d’azione con il PCI di Palmiro Togliatti.


Quando la posta era davvero nazionale

All’epoca la divisione tra riformisti e massimalisti non riguardava soltanto gli equilibri interni ai partiti. Saragat portò con sé da Palazzo Barberini cinquantadue dei centoquindici deputati della Costituente, scegliendo di ancorare il socialismo italiano alle democrazie occidentali invece di assecondare una possibile deriva oltre la Cortina di ferro. La propaganda frontista lo definì «servo degli americani», mentre Nenni attribuì la rottura alle pressioni della borghesia sul congresso.

Anche il confronto tra La Malfa e Malagodi, nel 1962, si svolse su questioni destinate a incidere sul modello di sviluppo: la Nota aggiuntiva al bilancio, la nazionalizzazione dell’energia e la nascita dell’Enel. In gioco c’era il rapporto tra iniziativa privata e potere pubblico durante il miracolo economico, non soltanto la sopravvivenza di una sigla parlamentare.

Il paragone con il presente non deve però cancellare le differenze. Gli eredi di quella cultura hanno conservato il gusto per le accuse reciproche, le rivalità tra capicorrente e le fusioni fallite, come quella socialista del 1966. Tuttavia oggi il confronto riguarda ancora scelte di fondo: il rapporto con l’Occidente, il sostegno all’Ucraina, il ruolo dell’Europa e la risposta al declino del benessere italiano.

Il problema è che il nuovo centro deve ancora dimostrare di poter trasformare le divisioni in una proposta comune. Se continuerà a discutere soprattutto su chi debba custodire le chiavi, potrebbe perdere di vista la domanda principale: quanto deve essere grande la casa e quanti elettori è in grado di accogliere.

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