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Attualità 4 min di lettura49 min fa

Globalizzazione, la dipendenza che può diventare un’arma: cosa cambia

Per Matteo Maggiori il commercio mondiale non sta sparendo: Stati e imprese stanno però rivalutando il peso strategico di pagamenti, semiconduttori e alleanze

La globalizzazione non si sta dissolvendo, ma sta cambiando natura. Secondo Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, il punto non è più soltanto produrre a costi inferiori grazie alla specializzazione internazionale: oggi conta anche capire chi controlla le infrastrutture essenziali e quanto sia rischioso dipendere da un singolo soggetto.

Maggiori, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project, ha affrontato il tema al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, durante la Pareto Lecture al Collegio Carlo Alberto. Le sue analisi, nate dallo studio dei mercati finanziari, dei flussi di capitale e delle valute di riserva, si sono progressivamente concentrate sulla geoeconomia, cioè sull’uso dei rapporti economici come strumenti di pressione tra Stati.

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La globalizzazione cambia direzione

I dati sul commercio internazionale non descrivono un mondo che ha smesso di scambiare beni e servizi. Dopo la crescita molto intensa registrata fino alla crisi del 2008, il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto interno lordo mondiale si è stabilizzato, mentre lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta sostenendo nuovi flussi commerciali, con produzione e infrastrutture distribuite in diversi Paesi.

La trasformazione riguarda piuttosto il modo in cui vengono valutate le dipendenze. Per l’Europa, osserva Maggiori, una parte decisiva della scossa è arrivata dagli Stati Uniti, non soltanto dalla Cina. I sistemi di pagamento offrono un esempio concreto: Visa e Mastercard sono ampiamente utilizzati negli acquisti europei, mentre Swift svolge un ruolo centrale negli scambi finanziari internazionali. Da qui nasce una domanda che fino a pochi anni fa era molto meno presente nel dibattito: quanto è prudente affidarsi a reti che possono essere condizionate da un altro governo?

Le iniziative sull’euro digitale e il rafforzamento dei collegamenti tra le infrastrutture europee e quelle di Paesi come Brasile e India si inseriscono in questo quadro. Un discorso analogo riguarda Asml, azienda collocata in una posizione decisiva nella filiera mondiale dei semiconduttori. La convenienza della specializzazione resta importante, ma deve essere messa a confronto con il rischio che un fornitore interrompa le consegne e renda impossibile sostituirlo rapidamente.


Le alleanze pesano quanto gli scambi

L’ipotesi di una divisione rigida del pianeta in due blocchi economici, uno occidentale e uno cinese, non convince Maggiori. Gli Stati Uniti dispongono di un’enorme forza economica, ma per esercitare un’influenza concreta su altri Paesi hanno bisogno di una rete che comprenda Europa, Regno Unito, Corea del Sud e Australia.

Il funzionamento delle sanzioni finanziarie dipende anche dai grandi centri europei e britannici; nel settore dei semiconduttori, invece, alcune competenze decisive si trovano in Europa e altre in Corea. Per questo, secondo l’economista, Washington rischierebbe di indebolire la propria capacità di competere con Pechino se introducesse instabilità nell’alleanza transatlantica o ne compromettesse la solidità.

Il quadro che emerge non è quindi quello di un semplice arretramento degli scambi. Maggiori parla di una nuova disposizione delle attività produttive, delle catene del valore e dei legami di dipendenza. Il commercio può continuare a crescere in alcuni comparti, mentre gli Stati cercano contemporaneamente di evitare che beni o tecnologie indispensabili siano controllati da un unico interlocutore.

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Quando un settore è davvero strategico

Stabilire quali comparti meritino protezione pubblica non è semplice. Ogni industria in difficoltà può sostenere di avere un’importanza nazionale e chiedere aiuti per evitare la concorrenza straniera. Maggiori mette però in guardia dall’uso troppo esteso della parola “strategico”: tutelare i lavoratori colpiti da una chiusura rapida, anche con formazione e ricollocamento, non significa necessariamente mantenere in vita quella specifica impresa.

A suo giudizio, il carattere strategico va misurato attraverso almeno tre elementi. Il primo è la concentrazione dell’offerta: una dipendenza da un soggetto che controlla il 95% di un prodotto è molto più rischiosa rispetto a una quota del 50%. Il secondo riguarda la complessità tecnica e i tempi necessari per ricostruire una capacità alternativa. Il terzo è l’effetto sull’intera economia: interrompere i sistemi di pagamento, per esempio, avrebbe conseguenze molto più ampie rispetto alla mancanza della maggior parte dei beni normalmente scambiati.

La conclusione è che “strategico” non dovrebbe diventare né un’etichetta politica né una classificazione valida soltanto in senso assoluto. Il peso di un settore va valutato in termini quantitativi, considerando la possibilità di sostituire il fornitore, la difficoltà di replicare la tecnologia e i danni provocati da un’eventuale interruzione.


Energia verde, la risposta non è produrre tutto

Il caso delle tecnologie per la transizione energetica mostra perché la dipendenza debba essere analizzata con attenzione. Pannelli solari, turbine eoliche e batterie non presentano necessariamente lo stesso livello di rischio di una fonte che viene consumata subito. Se la Cina interrompesse domani la vendita di pannelli, quelli già installati continuerebbero infatti a generare elettricità.

La situazione sarebbe diversa per il petrolio: una volta utilizzato, resta soltanto la quantità disponibile nelle riserve. Per questo, di fronte a una possibile vulnerabilità, l’Europa non deve per forza puntare alla produzione interna di ogni componente. Tra le alternative indicate da Maggiori ci sono la costituzione di scorte, l’installazione di una capacità superiore al fabbisogno immediato e la ricerca di fornitori differenti.

La scelta tra acquistare prodotti cinesi meno costosi e ricostruire una filiera europea più onerosa, dunque, non può essere risolta con una regola unica. Occorre prima capire quale tipo di dipendenza si sta creando, quanto rapidamente possa produrre effetti e quali strumenti, tra diversificazione, riserve e capacità aggiuntiva, siano sufficienti a ridurre il rischio.

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