La globalizzazione cambia volto: le dipendenze che possono mettere in crisi l’Europa
Matteo Maggiori spiega perché commercio e sicurezza economica sono ormai inseparabili, tra semiconduttori, pagamenti digitali e nuove alleanze
Un chip, una rete finanziaria o un magnete industriale non sono più soltanto prodotti da acquistare al prezzo più conveniente. Il loro valore dipende anche dal controllo che garantiscono a chi li possiede e dal rischio che impongono a chi non può farne a meno.
Secondo Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, il mondo non sta semplicemente abbandonando la globalizzazione. Piuttosto, sta ridisegnando le proprie dipendenze economiche, trasformandole in uno dei principali terreni di confronto tra Stati.
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La globalizzazione non è finita
I dati sugli scambi internazionali non mostrano una brusca ritirata del commercio. Dopo la forte crescita registrata prima del 2008, il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto interno lordo mondiale si è stabilizzato, mentre il settore dell’intelligenza artificiale sta sostenendo nuovi flussi commerciali grazie a catene produttive distribuite in più Paesi.
Il cambiamento riguarda quindi soprattutto la natura dei legami economici. Per l’Europa, osserva Maggiori, il campanello d’allarme non è arrivato soltanto dalla Cina, ma anche dagli Stati Uniti. La domanda oggi è quanto sia prudente affidarsi a infrastrutture controllate da una potenza straniera, anche quando queste restano essenziali per l’economia globale.
Pagamenti e chip sono il vero nodo
I sistemi di pagamento rappresentano uno degli esempi più evidenti. In Europa gran parte delle transazioni passa attraverso Visa e Mastercard, mentre Swift svolge un ruolo centrale nei trasferimenti internazionali. Sono strumenti utilizzati da tutti proprio perché la loro ampia diffusione li rende indispensabili, ma questa stessa caratteristica può trasformarsi in una fonte di vulnerabilità.
Da qui nascono progetti come l’euro digitale e il rafforzamento dei collegamenti tra le infrastrutture europee per i pagamenti all’ingrosso e quelle di Paesi come Brasile e India. Un problema simile riguarda la produzione di semiconduttori avanzati e il ruolo di Asml: alcune capacità industriali non possono essere ricostruite rapidamente, anche disponendo di ingenti risorse finanziarie.
Per decenni la convenienza degli scambi è stata spiegata con la specializzazione: ogni Paese si concentra sulle attività in cui è più efficiente e poi commercia con gli altri. Ora, però, diventa necessario valutare anche cosa accadrebbe se un fornitore decidesse di interrompere le vendite. Il vantaggio economico deve essere confrontato con il valore della sicurezza.
Senza alleati il potere si riduce
L’eventuale formazione di due blocchi completamente separati, uno occidentale e uno guidato dalla Cina, non è secondo Maggiori l’esito più probabile. Gli Stati Uniti dispongono di una grande forza economica, ma per esercitare pressioni efficaci su altri Paesi hanno bisogno del sostegno di Europa, Regno Unito, Corea e Australia.
La capacità delle sanzioni finanziarie, per esempio, dipende anche dalla partecipazione dei grandi centri finanziari europei e britannici. Nel settore dei semiconduttori, invece, le competenze decisive sono distribuite tra Europa e Corea. Per questo, se Washington vuole competere con Pechino, indebolire l’alleanza transatlantica aumenterebbe l’incertezza proprio all’interno della rete necessaria a sostenere quella competizione.
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La trasformazione in corso viene quindi descritta dall’economista come una rotazione delle catene del valore e delle dipendenze, non come la loro scomparsa. Il commercio continuerà, ma con maggiore attenzione a chi controlla i passaggi più difficili da sostituire.
Quando un settore è davvero strategico
Il termine “strategico” non può diventare uno scudo per qualsiasi azienda in difficoltà. Maggiori mette in guardia dal rischio che imprese incapaci di reggere la concorrenza chiedano protezione presentandosi come indispensabili per la sicurezza nazionale.
A suo giudizio, un settore merita questa definizione soprattutto quando l’offerta è concentrata nelle mani di pochi operatori, quando ricreare le competenze necessarie è tecnologicamente complesso e quando un blocco avrebbe conseguenze estese sull’intera economia. Controllare il 95% di una produzione non equivale a controllarne il 50%; allo stesso modo, un sistema di pagamento ha effetti molto più ampi rispetto alla maggior parte dei beni scambiati ogni giorno.
L’economista distingue inoltre la tutela di un comparto dalla protezione delle persone che vi lavorano. Se la chiusura di un’impresa provoca un danno rapido e colpisce dipendenti con poche alternative, possono essere giustificati interventi di sostegno e riqualificazione. Questo, però, non significa che l’azienda debba essere mantenuta in vita a ogni costo.
Energia verde, la dipendenza va misurata
Il caso delle tecnologie per le energie rinnovabili rende il problema ancora più concreto. Pannelli solari, pale eoliche e batterie cinesi possono costare meno, ma prima di decidere se ricostruire una filiera europea occorre capire quale tipo di rischio comporti quella dipendenza.
Se Pechino interrompesse domani la vendita di pannelli solari, quelli già installati continuerebbero infatti a produrre elettricità. La situazione è diversa da quella del petrolio, che viene consumato e richiede un flusso costante di nuove forniture.
Per ridurre l’esposizione non esiste una sola soluzione. Le alternative possono includere riserve, maggiore capacità installata e una più ampia diversificazione dei fornitori. Il punto, nella valutazione di Maggiori, è evitare risposte automatiche e misurare ogni volta la combinazione tra concentrazione dell’offerta, difficoltà di sostituzione e impatto sull’economia.
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