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Attualità 4 min di lettura17 min fa

Globalizzazione, il vero rischio non è commerciare meno: è dipendere

Matteo Maggiori spiega perché commercio, pagamenti e semiconduttori sono diventati strumenti di potere e quali settori meritano davvero protezione

La globalizzazione non sta scomparendo, ma sta cambiando natura. Un chip, una piattaforma per i pagamenti o un servizio informatico remoto oggi non vengono valutati soltanto per il prezzo e l’efficienza: contano anche il potere che concentrano e la fragilità che possono creare nei Paesi che ne fanno uso.

A Torino, durante il Festival Internazionale dell’Economia, Matteo Maggiori ha illustrato questa trasformazione. Professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, ricercatore allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project, Maggiori studia il rapporto tra flussi finanziari, valute, dollaro e competizione tra Stati.

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Il commercio resta, cambiano le dipendenze

Secondo l’economista, non ci sono segnali sufficienti per parlare di una vera fine degli scambi internazionali. Il rapporto tra importazioni ed esportazioni e prodotto interno lordo mondiale, dopo la forte crescita registrata prima del 2008, si è stabilizzato su livelli elevati. Anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta sostenendo nuovi scambi, perché produzione e infrastrutture coinvolgono numerosi Paesi.

La svolta riguarda invece il modo in cui vengono considerate le dipendenze. «Non è la fine della globalizzazione», ha spiegato Maggiori, «ma una riconsiderazione della sua natura». Per l’Europa, ha osservato, il campanello d’allarme non è arrivato soltanto dalla Cina: anche il rapporto con gli Stati Uniti ha mostrato quanto alcune infrastrutture possano diventare leve geopolitiche.

Il settore dei pagamenti offre un esempio concreto. In Europa, per molte operazioni al dettaglio, il sistema si appoggia soprattutto a Visa e Mastercard, mentre negli scambi internazionali un ruolo centrale è svolto da Swift. Da qui nasce una domanda che fino a pochi anni fa appariva marginale: quanto è prudente affidarsi a reti che possono essere influenzate da un altro governo?

Le iniziative sull’euro digitale e il rafforzamento dei collegamenti tra le infrastrutture finanziarie europee e quelle di Paesi come Brasile e India rispondono anche a questa esigenza. Un ragionamento simile riguarda Asml, azienda collocata in un passaggio decisivo della filiera mondiale dei semiconduttori.


Quando un settore diventa strategico

La specializzazione internazionale continua a offrire vantaggi: ogni Paese produce ciò che sa realizzare meglio e poi commercia con gli altri. Il problema emerge quando il fornitore decide di interrompere le vendite. Alcune produzioni possono essere ricostruite in tempi relativamente brevi; altre, come una rete globale di pagamenti o la capacità di fabbricare semiconduttori avanzati, richiedono anni di investimenti e competenze.

Maggiori invita però a non definire strategica qualsiasi attività in difficoltà. Un’impresa incapace di competere non diventa automaticamente indispensabile solo perché teme l’arrivo di concorrenti cinesi. L’intervento pubblico può essere giustificato quando la chiusura produce un danno rapido e concentrato su lavoratori con poche alternative, ma questo non significa dover mantenere in vita ogni azienda.

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Per individuare un comparto realmente strategico, l’economista indica tre criteri. Il primo è la concentrazione dell’offerta: dipendere da un soggetto che controlla il 95% del mercato è molto diverso dal rivolgersi a un settore in cui il principale operatore possiede il 50%. Il secondo riguarda la difficoltà tecnica di creare un’alternativa. Il terzo è l’effetto sull’intero sistema economico: bloccare i pagamenti, per esempio, avrebbe conseguenze molto più ampie rispetto alla scarsità della maggior parte dei beni di consumo.

«Strategico non deve diventare un’etichetta politica», ha sottolineato Maggiori durante l’incontro. La rilevanza di un settore va misurata, quindi, in base alla dipendenza, ai tempi necessari per sostituirlo e ai danni che una sua interruzione provocherebbe.


Energia verde, non serve produrre tutto

Il caso delle tecnologie per la transizione energetica mostra perché la risposta non possa essere sempre la rilocalizzazione completa della produzione. Se la Cina interrompesse domani la vendita di pannelli solari, gli impianti già installati continuerebbero a generare elettricità. La situazione è diversa da quella del petrolio, che viene consumato e può essere sostituito soltanto attraverso le scorte disponibili o nuove forniture.

Per ridurre i rischi, l’Europa potrebbe dunque combinare più strumenti: accumulare riserve, installare una capacità superiore al fabbisogno immediato e distribuire gli acquisti tra diversi fornitori. Ricostruire ogni segmento della filiera interna non è l’unica strada possibile.

Il punto, in definitiva, è distinguere tra efficienza economica e sicurezza. La nuova competizione geoeconomica non porta necessariamente alla nascita di due blocchi completamente separati: gli Stati Uniti, per esercitare pressione sulla Cina, hanno bisogno di una rete che comprenda Europa, Regno Unito, Corea e Australia. Le sanzioni finanziarie e le tecnologie dei semiconduttori mostrano quanto il peso degli alleati resti decisivo.

Per questo, secondo Maggiori, indebolire l’alleanza transatlantica mentre si cerca di contenere Pechino sarebbe una scelta controproducente. Il futuro potrebbe essere segnato non da meno globalizzazione, ma da una diversa distribuzione delle attività, delle catene produttive e delle dipendenze.

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