La globalizzazione non finisce: cambia il potere dietro le merci
Per Matteo Maggiori il commercio mondiale resta intenso, ma chip, pagamenti ed energia stanno trasformando le dipendenze economiche in strumenti di pressione geopolitica.
La globalizzazione non sta scomparendo: sta cambiando natura. A contare non sono più soltanto il prezzo di un prodotto o l’efficienza della sua fabbricazione, ma anche il potere che una risorsa assegna a chi la controlla e il rischio imposto a chi ne dipende.
È questa la lettura proposta da Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business e studioso dei rapporti tra mercati, capitali e strategie degli Stati. A Torino, in occasione del Festival Internazionale dell’Economia, l’economista ha spiegato come la competizione globale si stia spostando verso una dimensione sempre più geoeconomica.
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Le dipendenze valgono più dei costi
Secondo Maggiori, parlare di una semplice fine della globalizzazione è fuorviante. “No. È un cambiamento molto più sottile”, ha spiegato durante la conversazione con Adnkronos, osservando che il commercio internazionale continua a muoversi su livelli elevati.
La trasformazione riguarda piuttosto il modo in cui vengono valutate le relazioni economiche. Un sistema di pagamento, una rete digitale, un chip avanzato o un componente indispensabile per l’industria possono diventare leve politiche nelle mani del Paese o dell’impresa che li controlla.
L’Europa, in questo quadro, avrebbe ricevuto uno degli shock più significativi non soltanto dalla Cina, ma anche dagli Stati Uniti. I sistemi di pagamento offrono un esempio concreto: molti acquisti europei passano attraverso Visa e Mastercard, mentre per le transazioni internazionali il riferimento è Swift. La domanda oggi è quanto sia prudente affidarsi a infrastrutture che possono essere influenzate da un’altra potenza.
Da questa preoccupazione nascono iniziative come l’euro digitale e i tentativi di collegare maggiormente le reti europee dei pagamenti all’ingrosso con quelle di Paesi come Brasile e India. Un ragionamento simile riguarda Asml, azienda collocata in un punto decisivo della catena mondiale dei semiconduttori.
L’Occidente ha bisogno di alleati
La competizione con la Cina, secondo l’economista, non può essere affrontata dagli Stati Uniti in completa solitudine. Per esercitare pressioni efficaci su Paesi terzi servono anche l’Europa, il Regno Unito, la Corea del Sud e l’Australia.
Le sanzioni finanziarie, per esempio, perderebbero una parte consistente della loro forza senza i grandi centri finanziari europei e britannici. Anche nel settore dei semiconduttori le competenze sono distribuite: alcune tecnologie essenziali si trovano in Europa, altre in Corea del Sud. Il potere geoeconomico, quindi, dipende da una rete di alleanze più che da una singola potenza.
Per questo Maggiori considera controproducente qualsiasi politica statunitense capace di indebolire il legame transatlantico o di alimentare forti incertezze tra gli alleati. La rivalità con Pechino non porterebbe automaticamente alla nascita di due blocchi economici completamente separati.
Anche i dati sul commercio non descrivono una rottura netta. Dopo la crescita registrata nei decenni precedenti al 2008, il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto interno lordo mondiale si è stabilizzato. In alcuni comparti, come le infrastrutture legate all’intelligenza artificiale, gli investimenti stanno addirittura sostenendo nuovi scambi, perché produzione e forniture coinvolgono più Paesi.
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Non tutto è davvero strategico
Il punto più delicato riguarda la definizione di ciò che merita protezione. Maggiori avverte che quasi ogni industria in difficoltà può presentarsi come indispensabile per ottenere aiuti o barriere contro la concorrenza estera.
L’economista individua tre criteri principali. Il primo è la concentrazione dell’offerta: dipendere da un soggetto che controlla il 95% di una risorsa espone a un rischio molto diverso rispetto a una situazione in cui quel fornitore possiede il 50% del mercato.
Il secondo elemento è la difficoltà di ricostruire rapidamente un’alternativa. Alcune capacità produttive richiedono anni, competenze specialistiche e tecnologie non immediatamente disponibili, come dimostra il ruolo di Asml nella filiera dei semiconduttori.
Infine, va considerato l’impatto del settore sul resto dell’economia. I sistemi di pagamento sono strategici perché un loro blocco avrebbe conseguenze estese su moltissime attività. Lo stesso non vale per la maggior parte dei beni scambiati ogni giorno.
Per Maggiori, dunque, la parola “strategico” non dovrebbe funzionare come un’etichetta politica valida o non valida in assoluto. È piuttosto una valutazione quantitativa, legata al grado di controllo dell’offerta, alla possibilità di sostituire un fornitore e agli effetti prodotti sull’intero sistema.
La sicurezza non impone l’autarchia
Il caso delle tecnologie verdi mostra quanto sia importante distinguere tra dipendenze diverse. Pannelli solari, batterie e pale eoliche possono essere acquistati a prezzi più bassi dalla Cina, ma la loro eventuale indisponibilità non avrebbe lo stesso effetto della sospensione delle forniture di petrolio.
I pannelli già installati, infatti, continuerebbero a produrre energia anche se le nuove consegne si interrompessero. Il petrolio, invece, viene consumato e la sua mancanza lascia soltanto le scorte disponibili.
Per ridurre i rischi non è quindi sempre necessario riportare ogni fase produttiva entro i confini nazionali. Le alternative comprendono la costituzione di riserve, l’installazione di una capacità superiore al fabbisogno immediato e la ricerca di più fornitori.
Il nodo centrale della nuova fase economica è proprio questo equilibrio: la specializzazione internazionale continua a offrire vantaggi, ma deve essere confrontata con il costo di una dipendenza che, in caso di crisi, potrebbe trasformarsi in uno strumento di pressione.
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