Energia verde e chip: la dipendenza che ridisegna il potere globale
Per Matteo Maggiori il commercio mondiale non sta scomparendo: cambiano invece le catene produttive e il peso strategico delle infrastrutture da cui dipendono gli Stati.
Se la Cina interrompesse domani la vendita di pannelli solari all’Europa, gli impianti già installati continuerebbero a produrre elettricità. È una differenza decisiva rispetto al petrolio, che viene consumato e richiede rifornimenti costanti: per gestire una dipendenza non serve quindi fabbricare tutto in casa, ma si possono usare scorte, fornitori alternativi e una maggiore capacità installata.
Secondo Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, la transizione verso le fonti rinnovabili può inoltre attenuare alcune dipendenze energetiche. Il punto, però, è capire quali siano davvero i settori in cui un’interruzione delle forniture provocherebbe conseguenze difficili da assorbire.
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La vera misura della strategicità
Per Maggiori non basta che un’industria chieda protezione definendosi essenziale. La valutazione deve considerare anzitutto quanto sia concentrata l’offerta: dipendere da un soggetto che controlla il 95% di un prodotto espone a un rischio molto diverso rispetto a una quota del 50%.
Conta poi la possibilità di ricostruire rapidamente un’alternativa. Alcune capacità produttive possono essere replicate in tempi brevi, mentre altre richiedono anni, competenze specialistiche e tecnologie difficili da acquistare. È il caso delle apparecchiature legate ai semiconduttori, settore nel quale l’azienda europea Asml occupa una posizione decisiva.
Un terzo elemento riguarda l’effetto a catena sull’economia. I sistemi di pagamento hanno un peso strategico perché un loro blocco ostacolerebbe moltissime attività contemporaneamente; la stessa valutazione non può essere applicata alla maggioranza dei beni scambiati ogni giorno.
«La parola “strategico” non può diventare un’etichetta politica: va trattata come una questione quantitativa», ha spiegato Maggiori durante gli appuntamenti torinesi dedicati all’economia. Secondo il docente, sostenere i lavoratori colpiti dalla chiusura di un’azienda può essere necessario, ma questo non significa dover mantenere in vita quella specifica impresa.
Non è la fine degli scambi
Il commercio internazionale, osserva l’economista, non mostra un arretramento generalizzato. Dopo la forte crescita registrata prima del 2008, il rapporto tra importazioni ed esportazioni e prodotto interno lordo mondiale si è stabilizzato su livelli elevati.
Anche l’espansione dell’intelligenza artificiale sta sostenendo gli scambi, perché fabbriche, componenti e infrastrutture necessarie sono distribuiti in diversi Paesi. Il cambiamento in corso riguarda dunque soprattutto la composizione delle catene del valore e la scelta delle dipendenze da accettare.
Nel nuovo scenario un chip, una rete di pagamento, un magnete al neodimio o un servizio informatico remoto non vengono valutati soltanto per il prezzo e l’utilità. Diventano rilevanti anche per l’influenza che garantiscono a chi li controlla e per la vulnerabilità imposta a chi ne ha bisogno.
È questa la trasformazione che Maggiori definisce geoeconomia: rapporti commerciali apparentemente normali vengono utilizzati dagli Stati per esercitare pressione, condizionare decisioni e limitare le opzioni dei rivali.
L’Europa scopre il rischio dipendenze
Per l’Europa, sostiene il professore, il passaggio decisivo non è stato prodotto soltanto dalla Cina. Anche gli Stati Uniti hanno mostrato quanto il controllo delle infrastrutture economiche possa diventare uno strumento di potere.
I sistemi di pagamento sono un esempio evidente. In Europa, per gli acquisti quotidiani, il mercato dipende in larga parte da Visa e Mastercard; negli scambi internazionali un ruolo centrale è svolto da Swift. Da qui nasce una domanda che fino a pochi anni fa appariva meno urgente: quanto è prudente affidarsi a reti che possono subire l’influenza di un altro Paese?
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La discussione sull’euro digitale e i progetti per collegare più strettamente le infrastrutture europee dei pagamenti tra grandi operatori e banche di Paesi come Brasile e India si inseriscono in questo quadro. La stessa logica riguarda la filiera dei semiconduttori, dove Asml rappresenta uno dei nodi più difficili da sostituire.
Per decenni la globalizzazione è stata spiegata attraverso la specializzazione: ogni Paese si concentra sulle attività in cui è più efficiente e poi commercia con gli altri. Ora, secondo Maggiori, bisogna aggiungere un interrogativo: cosa accade se il fornitore decide di interrompere le consegne, anche quando il compratore è disposto a pagare qualsiasi prezzo?
Alleati decisivi contro Pechino
L’eventuale nascita di due blocchi economici separati non è però un esito scontato. Gli Stati Uniti possiedono una forza economica enorme, ma per esercitare pressioni efficaci su Paesi terzi hanno spesso bisogno della collaborazione di Europa, Regno Unito, Corea e Australia.
Le sanzioni finanziarie, per esempio, perderebbero parte della loro efficacia senza i principali centri finanziari europei e britannici. Nel campo dei semiconduttori, invece, alcune tecnologie fondamentali si trovano in Europa e altre in Corea: il potere economico dipende quindi da una rete di competenze e alleanze.
Maggiori considera perciò controproducente indebolire il rapporto transatlantico se l’obiettivo degli Stati Uniti è contenere la forza della Cina. Le pressioni economiche funzionano meglio quando sono sostenute da partner capaci di controllare segmenti diversi delle filiere produttive e finanziarie.
Il risultato potrebbe essere una globalizzazione modificata, non necessariamente più piccola: attività, investimenti e catene produttive si sposteranno, mentre gli Stati cercheranno di ridurre le dipendenze considerate troppo rischiose.
Il costo della sicurezza economica
La protezione contro le interruzioni delle forniture ha comunque un prezzo. Ricostruire capacità produttive nazionali può aumentare i costi e ridurre i vantaggi ottenuti dalla specializzazione internazionale.
La scelta non deve però essere sempre tra dipendenza totale e produzione interamente interna. Scorte, diversificazione geografica, impianti aggiuntivi e accordi con più fornitori possono offrire livelli diversi di sicurezza senza replicare ogni fase della produzione sul territorio nazionale.
Il problema centrale diventa quindi trovare un equilibrio tra efficienza e autonomia. Un bene economico può avere un valore strategico non perché sia raro o costoso, ma perché la sua mancanza potrebbe bloccare molte altre attività e perché sostituirlo richiederebbe tempi troppo lunghi.
Maggiori ha sviluppato questa lettura insieme a Christopher Clayton e Jesse Schreger, studiando il modo in cui due grandi potenze possono continuare a commerciare mentre cercano di impedire che l’altra diventi un’alternativa credibile per il resto del mondo. Il profitto dello scambio viene così confrontato continuamente con l’influenza che quello stesso rapporto può consegnare al concorrente.
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