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Attualità 3 min di lettura54 min fa

Giulio Regeni, il verdetto che obbliga Roma a scegliere

La condanna dei tre agenti egiziani riapre il confronto tra giustizia, rapporti strategici e doveri dello Stato italiano.

La vicenda di Giulio Regeni non può essere trattata come una variabile nei rapporti diplomatici, né pesata al pari di una commessa o di un investimento. Se lo Stato vuole davvero proteggere i propri cittadini, deve dimostrarlo attraverso decisioni concrete e non soltanto con la solidarietà espressa alla famiglia.

La richiesta è netta: la cooperazione giudiziaria e la ricerca della verità non possono essere sacrificate ogni volta che entrano in gioco interessi economici, energetici o militari. Il caso Regeni impone quindi di stabilire fin dove possa spingersi la ragion di Stato senza entrare in conflitto con la Costituzione e con i principi dello Stato di diritto.


Ustica mostra cosa può cambiare

La storia della strage di Ustica indica che una collaborazione internazionale, anche dopo decenni, può riaprire un percorso rimasto bloccato. Il 27 giugno 1980 morirono 81 persone e da allora la ricerca delle responsabilità è stata rallentata da omissioni, ricostruzioni discordanti e ostacoli nella consultazione degli atti.

Un nuovo elemento arriva dalla Francia, che ha segnalato la propria disponibilità a consegnare all’Italia documenti sulla tragedia, compreso materiale del ministero della Difesa francese, oltre a esaminare eventuali ulteriori richieste. La Procura di Roma proseguirà gli approfondimenti: non significa che la verità sia stata raggiunta, ma conferma quanto la disponibilità di uno Stato possa incidere su un’indagine rimasta incompleta.


Con l’Egitto la collaborazione manca

È proprio questa apertura che Roma dovrebbe esigere anche dal Cairo. Le due vicende non coincidono e non possono essere sovrapposte, ma entrambe sollevano un interrogativo sul valore della cooperazione fra governi quando a sollecitarla è la giustizia.

Nel procedimento Regeni, le autorità egiziane hanno messo in discussione la validità dell’iniziativa giudiziaria italiana e non hanno garantito l’assistenza richiesta da Roma. Il contrasto con la disponibilità manifestata dalla Francia rende ancora più evidente il problema: davanti alla domanda di verità, uno Stato può scegliere se fornire documenti e collaborazione oppure chiudersi dietro il rifiuto.

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Il verdetto mette Roma davanti alle scelte

A dieci anni dal ritrovamento del corpo, la Corte d’Assise di Roma ha inflitto dieci anni di reclusione a tre colonnelli dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro di un cittadino italiano. Le motivazioni non sono ancora note, la decisione non è definitiva e non consente di attribuire automaticamente una responsabilità penale all’intero apparato egiziano.

Resta tuttavia un punto giudiziario preciso: tre appartenenti ai servizi egiziani sono stati condannati per il rapimento di Regeni. Sul piano politico, questo dato rende inevitabile chiedersi se i rapporti tra Roma e il Cairo possano proseguire senza cambiamenti, come se nulla fosse accaduto.

L’Italia mantiene con l’Egitto legami economici, forniture energetiche, interessi strategici e forme di collaborazione nei comparti della sicurezza e della difesa. La sentenza, proprio perché ancora impugnabile, non impone la rottura complessiva delle relazioni; non può però ridursi a una semplice presa d’atto priva di conseguenze.

Spetta al governo spiegare quali effetti diplomatici e politici intenda trarre dal verdetto e se la cooperazione militare e securitaria debba davvero prevalere su ogni altro principio. Nessuna esigenza può giustificare il coinvolgimento di apparati segreti statali nel sequestro di un giovane ricercatore italiano, né può rendere irrilevante il sospetto — non accertato in sede giudiziaria — di un suo coinvolgimento nella morte.

Ustica ricorda quanto la collaborazione possa riaprire una strada verso la verità; Regeni mostra quanto quella strada diventi difficile quando viene negata. La protezione dei cittadini deve quindi tradursi in una linea politica verificabile: la giustizia non può essere subordinata al peso di un contratto, di un accordo energetico o di un interesse diplomatico.

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