Gaza, Baskin avverte: la pace ora dipende da Trump e dai sauditi
L’ex negoziatore che contribuì alla liberazione di Gilad Shalit analizza il declino di Hamas, la sfiducia israeliana e le condizioni per un accordo regionale.
Per Gershon Baskin, un eventuale accordo non potrà limitarsi a una serie di rinunce reciproche: israeliani e palestinesi dovranno ottenere dalla pace più di quanto perderebbero scegliendo di non raggiungerla. Il futuro della regione, secondo l’ex negoziatore, richiede quindi un progetto capace di coinvolgere interessi politici, economici e strategici molto più ampi.
Una soluzione che superi i confini
Baskin ritiene che il conflitto non possa essere affrontato come una questione esclusivamente bilaterale. Dopo il 7 ottobre, osserva, è ancora più evidente che israeliani e palestinesi resteranno sullo stesso territorio e che la crisi non può essere semplicemente amministrata o rimandata.
La prospettiva indicata dall’analista è regionale e internazionale. Israele dovrebbe concentrarsi sulla sicurezza, i palestinesi sulla libertà, mentre gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo valuterebbero soprattutto i benefici economici di un’intesa. Tra i progetti citati figura il Corridoio economico India-Mediterraneo, un’iniziativa da miliardi di dollari che, secondo Baskin, non potrà concretizzarsi senza un percorso verso la pacificazione israelo-palestinese.
Il peso di Trump e dell’Arabia Saudita
L’ex mediatore vede nella futura amministrazione statunitense e nei rapporti con l’Arabia Saudita uno dei principali elementi di incertezza. A suo giudizio, Donald Trump potrebbe esercitare pressioni sul prossimo governo israeliano, ma tutto dipenderà dalle sue scelte e dal rapporto costruito con Riyad.
L’Arabia Saudita, insieme agli altri Stati del Golfo e a Washington, sarebbe al centro di grandi programmi di sviluppo. Baskin descrive l’approccio di Trump come fortemente orientato agli accordi concreti e ai ritorni economici: proprio per questo, la pace potrebbe diventare una condizione necessaria per realizzare quei piani.
Hamas ha perso terreno a Gaza
Sul piano interno palestinese, Baskin sostiene che Hamas sia oggi molto più debole rispetto al passato. Il movimento, spiega, non avrebbe più un consenso significativo nella Striscia e sarebbe spesso percepito in Israele come più potente di quanto non sia realmente.
«Hamas non è un’organizzazione monolitica», ha detto Baskin, ricordando la presenza di correnti diverse e di posizioni non coincidenti. La competizione per la leadership, vinta da Khalil Al-Hayya con un solo voto di margine, avrebbe reso visibili queste divisioni.
Il quadro è ulteriormente complicato dalla distanza tra i dirigenti che vivono fuori dalla Striscia e quelli presenti sul territorio. La popolazione di Gaza affronta condizioni di miseria e sofferenza, mentre la leadership esterna esprime, secondo l’analista, orientamenti più radicali. I responsabili rimasti nell’enclave ricevono comunque direttive dall’estero e, al momento, non si registra una ribellione della componente interna contro quella esterna.
Anche in Cisgiordania il movimento è fragile
In Cisgiordania Hamas disporrebbe di una presenza ancora meno strutturata. La sua attività sarebbe ostacolata sia dalle operazioni israeliane sia dalla pressione dell’Autorità nazionale palestinese, con conseguenze sulla capacità di organizzare iniziative efficaci.
Baskin afferma inoltre che non esistono dati certi sul reale livello di sostegno di Hamas in Cisgiordania. Nella Striscia, invece, ritiene ormai evidente che il consenso sia molto ridotto: la guerra degli ultimi tre anni avrebbe dunque lasciato il movimento con una forza complessiva sensibilmente ridimensionata.
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Israele vive una crisi di fiducia
L’effetto più profondo del 7 ottobre, secondo il negoziatore, si è prodotto nella società israeliana. Il Paese si è spostato verso destra e una larga parte della popolazione continua a desiderare la pace, ma non crede più che possa essere raggiunta.
«Il 7 ottobre ha convinto la maggioranza degli israeliani che la pace con i palestinesi non è possibile», ha spiegato Baskin. La fiducia sarebbe quasi del tutto scomparsa e la classe politica non starebbe offrendo una direzione capace di modificare questo atteggiamento. Un cambiamento, sostiene, potrebbe arrivare soltanto dopo le prossime elezioni.
Il percorso passa dalla ricostruzione
Baskin guarda alla fase successiva alle elezioni israeliane come a un possibile momento di svolta. La sua ipotesi comprende un programma per rilanciare Gaza, la ricostruzione dell’enclave, l’impiego di forze di polizia palestinesi e l’arrivo di una presenza internazionale con compiti di stabilizzazione.
In questo scenario, l’ingresso a Gaza del Comitato tecnico potrebbe ridurre ulteriormente lo spazio operativo di Hamas. L’analista non nasconde tuttavia la difficoltà di immaginare una pace nel breve periodo: ritiene che Israele sarà sottoposto a forti pressioni esterne e che il nodo centrale resterà la volontà politica di trasformarle in un accordo.
I canali segreti non si sono chiusi
Baskin conosce da vicino i negoziati riservati. Fu lui a mantenere un contatto segreto con Hamas che contribuì, nel 2011, alla liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit; nell’ottobre del 1992 organizzò inoltre a Londra incontri non ufficiali tra ex responsabili della sicurezza israeliana e funzionari palestinesi dell’Olp, passaggi che precedettero gli accordi di Oslo del settembre 1993.
Dopo il 7 ottobre 2023 ha continuato a considerare indispensabile il dialogo diretto. Attraverso canali non ufficiali ha lavorato anche sul rilascio delle donne e dei bambini sequestrati da Hamas, ritenendo che la comunicazione possa contribuire a salvare vite e a facilitare intese sugli ostaggi e sulle pause nei combattimenti.
Gaza al centro dell’agenda internazionale
Il rilievo internazionale della crisi è emerso anche durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. Baskin racconta di aver partecipato a numerosi incontri dedicati a Gaza e alla questione israelo-palestinese, tema dominante in molte riunioni.
Tra gli appuntamenti ha citato un incontro del Consiglio per la pace e alcune tavole rotonde promosse da Arabia Saudita, Norvegia e Unione Europea sull’applicazione della soluzione a due Stati. La Norvegia ha inoltre organizzato una sessione per i Paesi donatori della Palestina. Per Baskin, questa intensa attività diplomatica conferma che il conflitto resta il fulcro della situazione mediorientale.
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