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Attualità 3 min di lettura5 ott

Garlasco, il profilo segreto di Stasi: chi lo scrisse

Nel materiale conservato al Ris di Parma è comparsa una relazione psicologica senza data né firma, basata su pochi atti e mai formalmente acquisita alle indagini.

Un documento di tredici pagine riapre interrogativi sulle modalità con cui furono analizzati i comportamenti di Alberto Stasi durante le prime fasi dell’inchiesta sulla morte di Chiara Poggi. Si tratta di una valutazione psicologica priva di data e firma, rinvenuta soltanto di recente nel materiale originale acquisito dalla Procura di Pavia presso il Ris di Parma, a diciannove anni dal delitto.

La relazione, che non risulta essere stata autorizzata dal pubblico ministero Rosa Muscio, descrive l’allora ventiquattrenne con giudizi molto netti, pur partendo da un numero limitato di documenti. L’autrice o l’autore avrebbe esaminato tre verbali e, secondo gli appunti, anche la telefonata effettuata da Stasi al 118 il giorno della tragedia.


Un documento senza incarico ufficiale

La consulenza sarebbe stata realizzata utilizzando gli atti del 13, 17 e 22 agosto 2007, quando il loro contenuto era ancora coperto dal segreto investigativo. Non emerge però alcun incarico formale che autorizzasse un esperto esterno a consultarli e a trarne una valutazione sulla personalità dell’indagato.

Nell’intestazione compaiono il nome, l’indirizzo e la posta elettronica della criminologa Alessandra Bramante, già coinvolta come consulente della difesa nel procedimento riguardante Alessia Pifferi. Bramante, intervenuta nella trasmissione Ore14 di Rai 2, ha negato di essere la persona che ha redatto il testo: ha spiegato di non avere mai preparato alcun profilo su Stasi e ha sottolineato che le sue relazioni riportano sempre data e firma.

Il fascicolo non chiarisce quindi né chi abbia materialmente scritto la relazione né per quale scopo sia stata elaborata. Il documento, inoltre, non risulta inserito negli atti del pubblico ministero e non sarebbe mai stato portato a conoscenza delle parti, come sarebbe accaduto anche per alcune analisi sulle pedivelle della bicicletta risultate prive di elementi utili contro Stasi.


Giudizi severi da pochi elementi

Senza un colloquio diretto con Stasi e senza un esame clinico o psicologico approfondito, il testo gli attribuisce caratteristiche come freddezza, controllo esasperato, narcisismo e capacità manipolatoria. La relazione insiste anche sulla presunta assenza di reazioni emotive, sul modo ritenuto meccanico di riferire alcuni episodi e su una marcata concentrazione dell’attenzione su se stesso.

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Altri passaggi mettono in dubbio la descrizione del rapporto con Chiara Poggi. Vengono evidenziate la scarsa frequentazione delle rispettive famiglie, la frequenza limitata degli incontri e alcune risposte considerate contraddittorie rispetto alla vita privata della coppia. Da questi elementi il documento arriva a delineare la figura del giovane poi ribattezzato durante il procedimento come il “biondino dagli occhi di ghiaccio”.

La valutazione contiene anche osservazioni sulle dichiarazioni rese da Stasi agli investigatori. Alcune riguardano il sangue presente nella villetta, il fatto che non sarebbero state rilevate tracce sulle sue scarpe e la possibilità di distinguere il volto della vittima dalla posizione indicata nella scala della cantina.


Le domande sulla scena del delitto

Tra le annotazioni compaiono interrogativi sull’orario in cui Stasi avrebbe iniziato a lavorare alla tesi di laurea e sulla presenza di eventuali impronte sul muro della scala. Una delle questioni richiamate riguarda l’impronta indicata con il numero 33, reperto che oggi è tornato al centro dell’attenzione della Procura di Pavia per la possibile attribuzione ad Andrea Sempio, mentre durante le prime indagini era stato accantonato.

Il testo sembra dunque anticipare alcuni temi riemersi molti anni dopo, ma non è possibile stabilire in quale momento siano state formulate quelle osservazioni né se abbiano avuto un ruolo concreto nell’inchiesta originaria. Resta soprattutto da chiarire con quale autorizzazione siano stati consultati gli atti riservati e perché una relazione tanto incisiva non sia stata depositata nel fascicolo giudiziario.

L’assenza di data, firma e conferimento ufficiale rende ancora incerta la provenienza della consulenza. Il suo ritrovamento nel materiale del Ris non dimostra, da solo, che le conclusioni siano state utilizzate dagli investigatori, ma aggiunge un nuovo elemento alle domande sulla gestione degli accertamenti nei primi mesi del caso Garlasco.

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