Garlasco, il Dna sulla bici riapre il nodo delle analisi: cosa emerge
Giorgio Portera ridimensiona il proprio ruolo nelle verifiche sul campione, mentre Marzio Capra ricostruisce la sequenza degli esami sulla bicicletta di Alberto Stasi
Giorgio Portera prende le distanze dalle analisi genetiche sulla bicicletta di Alberto Stasi. L’ex carabiniere del Ris di Parma ha chiarito di non aver esaminato né interpretato il campione legato al caso Garlasco: il suo nome compare soltanto per un accesso effettuato con il proprio profilo durante la fase conclusiva della lavorazione.
Portera: nessuna interpretazione del Dna
In una nota, Portera ha precisato: «Non ho eseguito personalmente l’analisi genetica del campione, né ho valutato o interpretato alcun profilo genetico relativo al caso Garlasco durante il periodo del mio servizio presso il Ris di Parma». Secondo la sua ricostruzione, l’operazione associata al suo account riguardava esclusivamente l’inserimento nel sequenziatore di una traccia già trattata da altri.
L’ex militare non è in grado di stabilire se sia stato lui a compiere materialmente quel passaggio oppure un collega entrato nello strumento utilizzando le sue credenziali. Si sarebbe trattato, dunque, di un’attività tecnica priva di valutazioni sul risultato e inserita nella gestione di una delle numerose tracce sottoposte a esame.
La traccia non basta per condannare
La presenza del materiale genetico di Chiara Poggi sui pedali della bicicletta non rappresenta, da sola, la prova della responsabilità di Alberto Stasi. Il dato va inserito nel quadro complessivo degli elementi considerati dalla giustizia: Stasi è stato assolto nei primi due gradi di giudizio, ma nel 2015 la Cassazione ha confermato per lui una condanna definitiva a 16 anni di reclusione.
Marzio Capra, consulente della famiglia Poggi, sostiene che non ci siano stati due risultati negativi successivi a un primo esito positivo. La sua posizione è che l’analisi conclusiva abbia invece individuato il profilo della vittima, mentre l’esito privo di elementi utili deriverebbe da una prova precedente, catalogata con una data diversa da quella dell’esecuzione.
Il nodo delle date nei file
La nuova discussione nasce dai dati grezzi consegnati dal Ris di Parma alla Procura di Pavia nel novembre scorso. Il fascicolo è tornato al centro dell’attenzione dopo la riapertura dell’inchiesta sull’omicidio del 13 agosto 2007, ma la lettura dei documenti ha prodotto interpretazioni differenti tra accusa e difesa.
La difesa di Stasi contesta infatti la ricostruzione delle analisi. Secondo il procuratore Fabio Napoleone, il 19 settembre 2007 una verifica aveva indicato, «oltre ogni ragionevole dubbio», la presenza del Dna di Chiara Poggi sui pedali; il giorno seguente, però, due controanalisi avrebbero dato esito negativo. Per la difesa, quel risultato non sarebbe stato valorizzato nell’indagine dell’epoca e avrebbe potuto costituire un elemento favorevole a Stasi già nel 2007.
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Cosa accadde durante gli esami
Capra riferisce invece che i tentativi di verifica erano conosciuti dalle parti e che i relativi risultati comparivano già nella relazione del Ris del 2007. Il problema, a suo avviso, deriva dal modo in cui i dati sono stati ordinati: non in base al giorno in cui la prova era stata eseguita, ma secondo la data dell’ultima modifica del file.
Il consulente indica come decisivo un esame effettuato il 10 settembre 2007 su un campione inizialmente inibito. Per diversi giorni gli specialisti avrebbero lavorato alla sua preparazione, fino all’amplificazione del 19 settembre. In quella fase il sequenziatore avrebbe segnalato un malfunzionamento e il campione sarebbe risultato evaporato, producendo soltanto sei marcatori riconducibili a Chiara Poggi.
Il risultato finale sulla bicicletta
Poche ore più tardi, la prova sarebbe stata caricata nuovamente in doppio. In questo caso, secondo Capra, entrambi i profili ottenuti sarebbero stati completi e compatibili con la vittima per 15 marcatori. Il consulente sostiene che proprio questo esito sia quello da considerare per ricostruire correttamente il lavoro svolto dai Ris di Parma.
Un ulteriore tentativo, invece, non avrebbe fornito alcun profilo utilizzabile per il confronto. La data dell’esecuzione sarebbe rimasta il 10 settembre, mentre il documento avrebbe riportato come modifica il 20 settembre 2007. Anche Carlo Previderè, consulente della Procura di Pavia, avrebbe rilevato questa distinzione nella propria consulenza.
Per Capra, la relazione del Ris chiarisce quindi la sequenza: dopo un primo passaggio senza risultato utile, l’ultima analisi avrebbe restituito il Dna di Chiara Poggi sulla bicicletta di Stasi. La Procura di Pavia dispone ora dei dati grezzi e dei diversi pareri tecnici che ricostruiscono le operazioni compiute sul campione.
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