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Attualità 3 min di lettura2 ott

Frontex e i respingimenti in Libia: il caso che ora decide la Corte Ue

Tre organizzazioni contestano all’agenzia europea la condivisione dei dati sui gommoni e chiedono di fermare i ritorni verso i centri di detenzione libici.

Un richiedente asilo sudanese vive nascosto in Libia, mentre il ricorso presentato a suo nome contro Frontex attende ancora una decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Secondo Refugees in Libya, Sea-Watch e Front-LEX, le attività di sorveglianza aerea dell’agenzia contribuiscono a individuare le imbarcazioni e a consentire alla Guardia costiera libica di riportare i migranti nei luoghi da cui cercano di fuggire.

L’iniziativa è stata rilanciata a Bruxelles a cinque anni dal raid di Gargaresh, nel quale, secondo quanto ricordato dalle organizzazioni, sei persone morirono e circa venti rimasero ferite all’interno di un centro di detenzione di Tripoli. È stata anche la prima apparizione pubblica congiunta delle tre realtà per fare il punto sul procedimento relativo a F.M., giovane sudanese costretto a cambiare rifugio per evitare le milizie.


Il ricorso punta sulle responsabilità di Frontex

L’azione giudiziaria è stata avviata nel 2024 per contestare il ruolo dell’agenzia europea nella raccolta e nella trasmissione delle coordinate delle barche in difficoltà. Le organizzazioni sostengono che queste informazioni rendano possibili gli interventi della Guardia costiera libica e i successivi trasferimenti forzati nei centri di detenzione.

Sea-Watch ha messo a disposizione l’esperienza maturata nelle operazioni civili di soccorso e i dati raccolti durante il monitoraggio dal cielo e dal mare. L’accusa è che Frontex, pur individuando alcune imbarcazioni, non attivi sempre i canali di allerta, non informi tempestivamente le navi capaci di intervenire e non garantisca lo sbarco in un porto sicuro.

Le ong collegano questa condotta al principio di non respingimento previsto dal diritto internazionale e all’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La norma vieta di trasferire una persona in uno Stato dove corra un rischio concreto di pena capitale, tortura o trattamenti inumani e degradanti. Per le organizzazioni, la Libia non può essere considerata un luogo sicuro, viste le denunce su torture, violenze sessuali, sfruttamento, estorsioni, detenzioni arbitrarie e sparizioni.


F.M. teme di finire nelle milizie

Dal luogo in cui si nasconde, F.M. ha descritto la propria situazione e ha chiesto che i giudici tornino a esaminare il suo caso: «Se sei nero qui in Libia non c’è nessuno che si prenda cura di te o che ti aiuti in alcun modo. [...] Temo che, se mi scopriranno, finirò nelle mani delle milizie. Sono scoraggiato e chiedo il vostro aiuto».

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Il giovane ha raccontato di aver tentato più volte di lasciare il Paese senza riuscirci. A suo avviso, il coordinamento tra Frontex e Guardia costiera libica ha contribuito a impedirne la fuga e lo ha esposto al rischio di essere nuovamente catturato.

Iftach Cohen, legale di F.M. e coordinatore del gruppo di Front-LEX, sostiene che la comunicazione della posizione delle imbarcazioni permetta alle autorità libiche di recuperare i migranti e riconsegnarli a un sistema segnato da abusi. A suo giudizio, il diritto marittimo impone invece che le persone soccorse siano condotte in un luogo sicuro: «La Libia non è un luogo sicuro». Il procedimento, ha aggiunto, mira a interrompere la condivisione delle informazioni e a impedire nuovi ritorni verso il pericolo.


La denuncia politica di Refugees in Libya

Alla conferenza di Bruxelles ha partecipato anche David Yambio, rifugiato sudsudanese arrivato in Italia dopo anni trascorsi in Libia e diversi tentativi di fuga. È tra i promotori di Refugees in Libya, movimento che organizzò un presidio durato cento giorni davanti alla sede dell’Unhcr a Tripoli per denunciare le condizioni dei migranti e il sostegno fornito alle autorità e alle milizie libiche.

Yambio ha accusato i governi europei di non aver ancora affrontato le conseguenze delle proprie politiche e ha definito Frontex uno strumento che aumenta i rischi nel Mediterraneo centrale. Ha quindi ribadito che le persone intercettate vengono riportate in un Paese dove, secondo le testimonianze raccolte, sono esposte a violenze, schiavitù, detenzione e morte.

Sea-Watch chiede che le risorse destinate a Frontex siano trasferite a un sistema europeo di ricerca e soccorso gestito dagli Stati, con il salvataggio delle vite e lo sbarco sicuro come priorità. Nel frattempo, la Corte non ha ancora pronunciato la propria decisione sul ricorso di F.M., mentre il richiedente asilo resta nascosto e migliaia di persone continuano a essere trattenute nei centri libici.

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