Flotilla, la Procura di Roma risale ai vertici israeliani: 13 indagati
Nel fascicolo sui due interventi navali figurano ministri, militari e responsabili delle carceri: contestati abusi, torture e violazioni del diritto internazionale.
Tredici persone sono finite sotto indagine a Roma per le operazioni contro la Global Sumud Flotilla, comprese figure di primo piano del governo israeliano e della struttura militare. Nel registro della Procura compaiono anche il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, il ministro della Difesa Israel Katz e diversi esponenti della catena di comando.
L’inchiesta riguarda le due missioni umanitarie dirette verso Gaza nell’ottobre 2025 e nel maggio 2026. Secondo i pubblici ministeri, in quelle circostanze si sarebbero verificati «abbordaggi navali in violazione del diritto internazionale», seguiti da violenze e condizioni di detenzione incompatibili con i diritti fondamentali.
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Il fascicolo segue tutta la catena di comando
L’indagine non si concentra soltanto sulle condotte tenute a bordo delle imbarcazioni o nelle strutture detentive. I magistrati hanno ricostruito i diversi livelli decisionali, arrivando ai vertici delle forze armate, della Marina, della polizia e dell’amministrazione carceraria.
Tra gli indagati figurano il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, il generale Eyal Zamir, e il comandante della Marina, il viceammiraglio David Saar Salama. Nel gruppo sono inclusi anche il capo di Stato maggiore Tal Politis, il colonnello Eldad Borochovich, alla guida dello Shayetet 13, e il colonnello Eitan Paz, responsabile della base navale di Ashdod.
Per quanto riguarda le operazioni terrestri, il procedimento coinvolge il capo della Polizia israeliana Daniel Levy e Kobi Yaakobi, comandante del servizio penitenziario israeliano. La lista comprende inoltre Menachen Bibas, responsabile della polizia penitenziaria nel carcere di Ktzi’ot, Assaf Zagori, comandante dell’unità Nahshon, e Berik Yitzchak, alla guida del Magav.
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Le accuse sulle condizioni dei prigionieri
La Procura ha esaminato ogni passaggio successivo agli arresti: il trasferimento verso il porto di Ashdod, l’identificazione, l’ingresso nel carcere di Ktzi’ot, gli adempimenti amministrativi e il rilascio, fino al ritorno in Italia. In base agli elementi raccolti, i partecipanti avrebbero subito «percosse, lesioni, minacce di morte, epiteti offensivi e accuse di terrorismo».
Gli investigatori riferiscono anche di persone private del cibo e dell’assistenza sanitaria, persino quando apparivano necessarie cure urgenti. Tra le contestazioni c’è inoltre la privazione del sonno, indicata come una forma di tortura, insieme all’assenza di un adeguato supporto legale.
Durante la detenzione, secondo la ricostruzione dell’accusa, gli attivisti non avrebbero potuto parlare con i propri difensori né con le rappresentanze diplomatiche. I pubblici ministeri descrivono così un insieme di condotte che avrebbe prodotto «un sistema di violenze, torture e condizioni di detenzione e trattamenti degradanti».
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