Ucraina, il nodo della pace: la sicurezza russa resta decisiva
Un ricordo vissuto nella Russia degli anni Novanta collega crisi sociale, memoria della guerra e timori verso l’espansione della Nato alle difficoltà del negoziato.
Qualunque percorso verso la pace in Ucraina dovrà considerare le paure di entrambe le parti coinvolte nel conflitto. Ignorare la percezione di minaccia della Russia, sostiene questa ricostruzione, renderebbe più fragile qualsiasi accordo futuro.
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La memoria che alimenta il timore
Nella società russa il ricordo delle invasioni occidentali è ancora molto presente. L’ultima, quella nazista, provocò oltre 20 milioni di vittime, più della metà civili; nelle abitazioni restano appese le fotografie dei familiari uccisi e alcune persone conservano ricordi diretti di quella tragedia.
Durante un soggiorno a Pietroburgo, ospite di una famiglia del posto, parlai spesso con la nonna. Da bambina aveva vissuto l’assedio di Leningrado e raccontava la paura e le privazioni di quegli anni. In questo quadro, l’avvicinamento della Nato ai confini russi viene associato a esperienze storiche traumatiche. Anche la celebrazione in Ucraina di figure che collaborarono con i nazisti viene percepita da molti russi come un ulteriore motivo di allarme.
Dalla crisi nacque Putin
A quelle inquietudini militari si sommò la devastazione sociale degli anni Novanta. La terapia d’urto promossa da Gaidar durante la presidenza di Yeltsin puntava a rendere irreversibile la trasformazione liberista, ma per gran parte della popolazione significò povertà e perdita di sicurezza.
In questo contesto, Putin si affermò agli occhi di molti russi come il leader capace di restituire prestigio e dignità al Paese. Per questo, secondo l’autore, un’intesa non potrà basarsi soltanto sulle esigenze di una delle due parti: la sicurezza percepita da entrambi i belligeranti dovrà entrare nel cuore delle trattative.
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Mosca tra speranze e miseria
Quando frequentavo l’Università Linguistica di Mosca, l’Occidente appariva ancora come una promessa per molti giovani. Gli studenti desideravano imparare altre lingue e costruire un avvenire diverso da quello dei genitori; per me fu semplice stringere rapporti, anche perché diverse ragazze che studiavano inglese cercavano occasioni per esercitarsi.
Una studentessa proveniente dalla Russia più interna studiava tedesco e non conosceva l’inglese. Per comunicare con lei dovetti quindi usare il russo, mentre per arrotondare le mie scarse risorse impartivo lezioni private di italiano. Attraversavo così ogni giorno Mosca, osservandone quartieri e contraddizioni.
Il prezzo della trasformazione
La città mostrava scene di miseria estrema. Anziani e giovani vendevano per strada stoviglie e oggetti appartenuti alle loro famiglie per generazioni. Una volta acquistai due piatti da una signora anziana: mi ricordò mia nonna Maria Rosa, conosciuta come la Mamma dei Partigiani durante la Resistenza. Avrei voluto aiutarla molto di più, ma temevo di ferirne l’orgoglio, perché non stava chiedendo l’elemosina: cercava di vendere ciò che possedeva mantenendo la propria dignità.
Nello stesso periodo, mentre una parte della popolazione era ridotta alla disperazione, nel centro della capitale si poteva vedere una giovane celebrità del rock arrivare in limousine per inaugurare una boutique. Quel contrasto segnò, ai miei occhi, il primo impatto del popolo russo con la democrazia occidentale.
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