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Attualità 3 min di lettura4 ore fa

Farmaci equivalenti, margini in calo: l’allarme sulla filiera europea

Il settore continua a generare ricavi e occupazione, ma costi in aumento e dipendenza dall’estero mettono sotto pressione la sostenibilità industriale dei medicinali accessibili.

Egualia chiede una revisione delle regole per evitare che i medicinali equivalenti, biosimilari e a valore aggiunto diventino economicamente fragili. Tra le proposte figurano l’adeguamento dei prezzi dei prodotti essenziali, il pieno funzionamento degli accordi quadro con più aggiudicatari, una modifica del meccanismo di payback per i farmaci fuori brevetto e un intervento sulle differenze regionali nell’impiego degli equivalenti. L’obiettivo, sottolinea l’Osservatorio, non è aumentare la spesa, ma consentire un utilizzo più efficace delle risorse.


La dipendenza estera diventa strategica

La questione non riguarda soltanto i bilanci delle aziende. Tra il 60 e l’80% dei principi attivi impiegati nei medicinali venduti in Europa proviene da Paesi esterni all’Unione europea, soprattutto Cina e India. Le tensioni geopolitiche e la competizione tra Stati Uniti e Cina rendono quindi più importante mantenere produttive e sostenibili le filiere dei farmaci accessibili.

Secondo Egualia, rafforzare queste produzioni significa anche tutelare la sicurezza degli approvvigionamenti e l’autonomia industriale europea. Per questo la futura governance farmaceutica dovrebbe considerare gli equivalenti non solo come uno strumento per contenere la spesa sanitaria, ma anche come una componente della resilienza del sistema.


Costi in salita, profitti sotto pressione

I dati dell’XI Rapporto dell’Osservatorio sui farmaci accessibili, elaborato con Nomisma e Teha Group e presentato a Roma, descrivono un comparto ancora consistente. Nel 2025 le imprese hanno raggiunto 6,8 miliardi di euro di ricavi e 11.792 occupati diretti, con un incremento dell’1,9% su base annua; includendo l’impatto indiretto e indotto, il valore economico arriva a 20,4 miliardi e gli addetti superano quota 49mila.

La redditività, però, è scesa al 2,8%, con una perdita di 0,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Fra il 2020 e il 2024 i costi di produzione sono aumentati del 32,1%: le materie prime hanno segnato un +30,9%, mentre i servizi sono cresciuti del 34,4%. Finora le aziende hanno assorbito l’impatto intervenendo sull’organizzazione e sui processi, ma il margine di manovra appare sempre più ridotto.

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Un mercato diviso in due velocità

Lucio Poma, capo economista di Nomisma, ha definito il calo della redditività un primo segnale di discontinuità. «In un mercato a prezzi regolati, l’efficienza ha un limite e non può compensare indefinitamente la crescita dei costi», ha osservato, avvertendo che una pressione prolungata potrebbe frenare gli investimenti e restringere progressivamente l’offerta.

La polarizzazione emerge anche dalla spesa ospedaliera. Nel 2025, a fronte di consumi quasi invariati, il conto ha raggiunto 13,1 miliardi di euro, in aumento del 5,2%; i medicinali ancora protetti da brevetto hanno assorbito il 94,7%, mentre agli equivalenti è andato il 2,1%. Da una parte ci sono terapie innovative con volumi più contenuti e prezzi unitari elevati; dall’altra prodotti senza brevetto, utilizzati su larga scala e caratterizzati da prezzi e margini industriali più bassi.

Daniela Bianco, responsabile dell’area Salute e scienze della vita di Teha Group, ha sostenuto che l’aumento della spesa e le difficoltà della filiera richiedono un coordinamento più stretto tra politica sanitaria e politica industriale. A suo giudizio, innovazione e medicinali accessibili svolgono funzioni differenti ma complementari per il Servizio sanitario nazionale e devono essere considerate insieme nella revisione delle regole.

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