Il mondo senza regole: perché l’Europa rischia di restare fuori dai giochi
Marta Dassù e Edoardo Campanella descrivono una competizione globale dominata da tecnologia, debito e potenze sempre meno vincolate da regole comuni.
La competizione tra Stati Uniti e Cina non sta preparando soltanto un nuovo confronto tra imperi. Secondo Marta Dassù, il passaggio decisivo è un altro: il sistema internazionale si sta dirigendo verso una fase in cui le regole condivise contano sempre meno, mentre il potere si frammenta tra Stati, potenze regionali e grandi aziende tecnologiche.
Il quadro emerge dal libro *L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire*, scritto da Dassù con Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma. Al centro dell’analisi c’è l’idea di una lunga fase di “assenza di ordine”, diversa da una semplice crisi temporanea degli equilibri internazionali.
La forza non basta più alle grandi potenze
Per Dassù, la globalizzazione fondata su mercati considerati sostanzialmente aperti e interdipendenti è ormai alle spalle. Washington e Pechino impiegano sempre più spesso gli strumenti economici per difendere i propri interessi, mentre la tecnologia è diventata il terreno principale della rivalità strategica.
La conseguenza, tuttavia, non sarebbe la divisione del mondo in blocchi imperiali perfettamente riconoscibili. “Non ci sarà in realtà né una collisione né una collusione imperiale”, ha spiegato Dassù. Il rischio indicato dagli autori è piuttosto quello di un multipolarismo frammentato, nel quale l’idea stessa di un ordine internazionale basato su principi comuni viene messa in discussione.
Giampiero Massolo, intervenuto al confronto romano, ha distinto questo scenario dal semplice disordine. Quando c’è disordine, ha osservato, le regole continuano comunque a esistere, anche se vengono violate; nella nuova fase, invece, è il valore della regola a essere contestato. Le grandi potenze mantengono strumenti enormi, ma la loro capacità di imporre una linea incontra ostacoli, dipendenze e reazioni da parte di soggetti più deboli.
Il debito mette sotto pressione Washington e Pechino
Lorenzo Bini Smaghi ha spostato l’attenzione dagli equilibri militari ai costi economici della competizione. Un impero può garantire vantaggi al proprio centro politico e produttivo, ma richiede risorse sempre maggiori per conservare la propria posizione. L’aumento della rivalità tra Stati Uniti e Cina rende questo meccanismo ancora più oneroso.
Gli Stati Uniti hanno sostenuto per anni consumi e importazioni facendo ricorso anche a risorse finanziarie provenienti dall’estero. La sfida con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno di capitali. Pechino, al contrario, deve difendere il proprio ruolo nelle catene produttive mondiali sostenendo esportazioni e produzione, mentre la domanda interna resta relativamente compressa.
“Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha sintetizzato Bini Smaghi. Nella sua lettura, entrambe sono coinvolte in una competizione sempre più simile a una gara alimentata dal debito, con interrogativi sulla sostenibilità dei rispettivi modelli.
L’Europa deve trasformare il peso in potere
Proprio le difficoltà delle due superpotenze possono offrire all’Europa uno spazio di manovra. Il mercato europeo e il risparmio accumulato nel continente rappresentano risorse importanti sia per gli Stati Uniti sia per la Cina. Il nodo, secondo Bini Smaghi, è convertirle in capacità industriale e strategica, senza affidarsi soltanto all’intervento delle istituzioni.
La proposta passa dalla nascita di grandi operatori continentali capaci di finanziare e sostenere imprese europee nei settori decisivi. Il riferimento è Airbus: “Tanti Airbus” dovrebbero sorgere nella tecnologia, nella farmaceutica, nella finanza e negli altri comparti strategici. L’integrazione, secondo l’ex esponente della Banca centrale europea, deve quindi svilupparsi anche attraverso il capitale privato e le aziende.
Marta Dassù ha sottolineato che l’Unione europea non può limitarsi alla propria capacità di fissare norme. Le regole comunitarie dovrebbero diventare più efficaci e accompagnarsi a strumenti strategici in grado di valorizzare i punti di forza già disponibili. L’obiettivo, nelle sue parole, è consentire all’Europa di “non stare soltanto nel menù, ma anche al tavolo”.
L’integrazione resta la partita decisiva
Michele Valensise, presidente dell’Istituto affari internazionali, ha invitato a non leggere le fragilità europee come una condanna permanente. L’Europa, ha sostenuto, non è assente: possiede già una fisionomia propria, diversa da quella degli Stati Uniti, della Cina e della Russia, perché nasce da un’idea di potere fondata sulla cooperazione e sulla costruzione di regole.
La sua possibilità di incidere dipenderà però dalla capacità di rafforzare l’integrazione e di non affidarsi esclusivamente alle risposte dei singoli governi nazionali. In un sistema caratterizzato da alleanze variabili e interessi mutevoli, le potenze medie tendono infatti a collaborare di volta in volta con interlocutori diversi, senza legarsi stabilmente a un unico schieramento.
Il confronto al Centro Studi Americani, moderato da Alessandra Sardoni e al quale hanno partecipato anche Carolina De Stefano, ha quindi riportato la discussione alla domanda centrale del libro: come può l’Europa contare in un’epoca in cui la forza economica, la tecnologia e la capacità di pressione sostituiscono progressivamente le regole condivise? La risposta indicata dagli interventi non è il ritorno a politiche esclusivamente nazionali, ma la trasformazione dell’integrazione in una concreta leva di potere.