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Attualità 3 min di lettura44 min fa

Il mondo senza regole: perché Europa e potenze rischiano il caos

Marta Dassù descrive una fase segnata dalla rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, dal peso crescente degli attori privati e da un’Europa chiamata a trasformare le regole in forza strategica.

La competizione tra Stati Uniti e Cina non si gioca più soltanto sui mercati o sulla forza militare: il terreno decisivo è diventato quello della tecnologia. Secondo Marta Dassù, questa trasformazione non porterà necessariamente a un nuovo equilibrio tra imperi, ma potrebbe aprire una lunga stagione di frammentazione, con regole internazionali sempre meno condivise e un potere distribuito anche tra grandi soggetti privati.


La fine dell’ordine condiviso

La tesi è al centro del libro “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire”, scritto da Dassù insieme a Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma. Per l’autrice, le dinamiche già emerse con la crisi finanziaria del 2008 si sono consolidate: Washington e Pechino usano sempre più spesso gli strumenti economici come leve di pressione e la globalizzazione dei mercati non appare più orizzontale.

Dassù esclude però che il confronto conduca semplicemente allo scontro o all’accordo tra nuovi imperi. Il rischio, ha spiegato, è piuttosto una “frammentazione caotica”, nella quale viene messa in dubbio l’utilità stessa di un sistema internazionale fondato su principi comuni. Anche il potere risulta più disperso: oltre agli Stati, contano le piattaforme tecnologiche e altri attori privati capaci di influenzare economie e decisioni pubbliche.


Le grandi potenze non bastano

Nel confronto ospitato a Roma, Giampiero Massolo ha distinto tra disordine e assenza di ordine. Nel primo caso le regole restano riconoscibili, anche quando vengono violate; nel secondo, invece, è il concetto stesso di regola a perdere centralità. La forza nazionale diventa così il principale strumento di affermazione, ma non garantisce automaticamente il raggiungimento degli obiettivi.

Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di risorse superiori a quelle di molti altri Paesi, ma devono fare i conti con dipendenze, ostacoli e capacità di blocco esercitate anche da attori meno potenti. Le potenze medie rispondono sempre più spesso con una politica flessibile: collaborano con interlocutori diversi a seconda degli interessi, senza legarsi stabilmente a un solo schieramento.


Il costo della rivalità economica

Lorenzo Bini Smaghi ha concentrato l’attenzione sul prezzo necessario per mantenere una posizione dominante. Gli imperi possono garantire vantaggi al proprio centro politico ed economico, ma richiedono risorse crescenti, soprattutto quando la competizione internazionale si intensifica.

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Gli Stati Uniti devono sostenere esigenze finanziarie sempre più elevate, mentre la Cina cerca di conservare il proprio ruolo nelle catene produttive mondiali facendo leva su produzione ed esportazioni. Bini Smaghi ha riassunto il problema definendo il confronto tra le due potenze “una gara a debito”, con interrogativi sulla sostenibilità dei rispettivi modelli.


L’occasione ancora aperta per l’Europa

In questo scenario l’Unione europea occupa una posizione difficile. Non è un impero e ha costruito gran parte della propria influenza sulla capacità di fissare norme, ma secondo Dassù le regole da sole non sono più sufficienti: servono anche strumenti strategici per difendere e valorizzare i propri interessi.

Bini Smaghi ha indicato nel mercato e nel risparmio europei due risorse richieste sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina. Per trasformare questo peso in potere concreto, ha proposto la nascita di grandi operatori continentali sostenuti anche dal capitale privato, sul modello di Airbus: “Tanti Airbus” nei settori tecnologico, farmaceutico e finanziario.

Michele Valensise, presidente dello Iai, ha invitato a non ridurre il dibattito europeo a una denuncia delle debolezze dell’Unione. A suo giudizio, una possibilità di reazione esiste ancora, ma richiede maggiore integrazione e la capacità di non affidarsi esclusivamente alle politiche dei singoli Stati. Il confronto è stato moderato da Alessandra Sardoni e ha coinvolto anche Carolina De Stefano.

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