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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Palermo, maltrattamenti alla moglie: la pena scende a 2 anni e 2 mesi

L’uomo aveva ammesso le proprie responsabilità e avviato un percorso per uscire dalla dipendenza e cambiare comportamento: decisiva la valutazione dei professionisti coinvolti.

La condanna è arrivata dopo anni di violenze fisiche e psicologiche, ma la pena inflitta è risultata molto inferiore a quella richiesta dalla Procura. Il Tribunale ha stabilito 2 anni e 2 mesi di reclusione per un palermitano di 46 anni, accusato di avere maltrattato la moglie anche davanti alla figlia dodicenne.

La decisione, pronunciata lo scorso 17 settembre, ha tenuto conto dell’ammissione degli episodi da parte dell’imputato e del percorso intrapreso per affrontare il proprio comportamento. L’accusa aveva chiesto 6 anni e 8 mesi.


Il percorso che ha inciso sulla pena

Un anno prima della sentenza, l’uomo aveva cominciato un programma rivolto agli autori di violenza domestica e aveva intrapreso anche un cammino per liberarsi dalla dipendenza da sostanze. Era risultato positivo alla cannabis. Secondo la documentazione dell’Asp di Palermo, partecipava due volte alla settimana agli incontri con psichiatri, psicologi e consulenti, mostrando fin dall’inizio collaborazione e disponibilità.

Le assistenti sociali hanno descritto un’evoluzione nella consapevolezza delle proprie azioni. Nel corso del programma sarebbero emersi una maggiore assunzione di responsabilità e la volontà di cambiare, anche se non sono mancati momenti di sconforto legati alla comprensione del dolore provocato. La relazione segnala inoltre che l’uomo è riuscito a riconoscere gli errori senza ridurre interamente la propria identità alle condotte commesse.

Il difensore ha definito la scelta del Tribunale «un grande esempio di ravvedimento possibile nei soggetti maltrattanti» e ha sostenuto che il caso dimostri il valore rieducativo della pena. Secondo il legale, il percorso non sarebbe stato avviato per ottenere vantaggi nel procedimento, ma con l’obiettivo di affrontare realmente il problema.


Una lunga escalation tra le mura di casa

La vicenda era emersa nell’agosto 2025, quando la donna, più giovane del marito di tre anni, aveva trovato rifugio in una comunità protetta e aveva denunciato quanto subito durante il matrimonio. Agli investigatori aveva riferito di insulti, sputi, schiaffi, calci e colpi con una cintura, oltre a episodi in cui sarebbe stata spinta contro il muro.

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Tra le umiliazioni contestate c’è anche quella di essere stata obbligata, almeno una volta, a consumare il pasto nella ciotola del cane e direttamente sul pavimento. In quell’occasione l’uomo l’avrebbe insultata e minacciata di conseguenze se non avesse obbedito. La donna ha inoltre raccontato di essere stata costretta a lavare i piatti nella doccia e di essere stata colpita con oggetti presenti in casa, tra cui posate, posacenere e accendini.


Dalle critiche agli episodi settimanali

Secondo il racconto della moglie, le ragioni dei litigi erano spesso banali: le faccende domestiche, la quantità di cibo o una generale insofferenza nei suoi confronti. L’uomo avrebbe alternato fasi di affetto a momenti di aggressività, arrivando a dire di non sopportare nemmeno la sua voce.

All’inizio della convivenza, ha riferito la donna, il controllo si sarebbe manifestato soprattutto attraverso rimproveri sulla casa e sulle pulizie. Con il tempo, però, le aggressioni fisiche sarebbero diventate almeno settimanali. Nell’agosto 2025, dopo un’ulteriore notte di tensione, la donna lasciò l’abitazione.

Stando alla sua denuncia, il marito avrebbe tentato di rimandare la separazione proponendole di restare fino al giorno successivo, ma soltanto a condizione che trascorresse la notte sul pavimento della cucina. Fu quello, secondo la ricostruzione agli atti, il momento in cui decise di interrompere la convivenza e chiedere protezione.

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