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Attualità 4 min di lettura5 ore fa

Europa, la sfida del nuovo potere: contare senza diventare un impero

Marta Dassù e altri esperti delineano un sistema internazionale frammentato, dove tecnologia, debito e interessi nazionali pesano più delle vecchie regole condivise.

Per l’Europa non basta più produrre norme: deve trasformare il proprio peso economico, industriale e finanziario in una reale capacità strategica. È questa la condizione indicata da Marta Dassù per evitare che l’Unione resti ai margini del nuovo equilibrio globale: “non solo sul menù ma anche al tavolo”.

Il mercato europeo e il risparmio accumulato nel continente, ha osservato Lorenzo Bini Smaghi, sono risorse utili sia a Washington sia a Pechino. La questione decisiva diventa quindi come convertire questa forza potenziale in strumenti autonomi, sostenuti anche da imprese e capitali privati europei.


L’Europa cerca un peso autonomo

Secondo Bini Smaghi, la strada passa dalla nascita di grandi operatori continentali capaci di competere nei settori strategici. Il riferimento è Airbus: l’ex esponente della Bce ha auspicato la creazione di realtà analoghe nella tecnologia, nella farmaceutica, nella finanza e in altri comparti decisivi, ricordando che l’integrazione europea deve svilupparsi anche attraverso iniziative economiche dal basso.

Michele Valensise, presidente dello Iai, ha invitato a non leggere le difficoltà dell’Unione soltanto come una sequenza di fallimenti. A suo giudizio, l’Europa è una costruzione politica diversa dalle potenze che perseguono una logica imperiale e può ancora reagire se rafforza l’integrazione, evitando di affidarsi esclusivamente alle strategie nazionali. “L’Europa esiste eccome”, ha affermato durante il confronto.


Un mondo senza regole condivise

La riflessione nasce dal libro *L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire*, scritto da Marta Dassù con Edoardo Campanella per Mondadori. Il volume è stato presentato al Centro Studi Americani di Roma, in occasione di un incontro moderato da Alessandra Sardoni con Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise.

La tesi degli autori non prevede una semplice spartizione del pianeta tra nuovi imperi. Stati Uniti e Cina stanno utilizzando commercio, finanza e capacità produttiva come strumenti di pressione, mentre la rivalità fra le grandi potenze si sposta sempre più sul terreno tecnologico. Il risultato prospettato è un lungo periodo di “non ordine”: non una parentesi caotica destinata a chiudersi rapidamente, ma un sistema nel quale perde forza l’idea stessa di un assetto internazionale fondato su regole comuni.


Potere diffuso e alleanze mobili

Dassù ha spiegato che le tendenze già emerse con la crisi finanziaria del 2008 si sono consolidate. La globalizzazione basata su mercati considerati quasi neutrali ha lasciato il posto a una competizione in cui le leve economiche vengono impiegate come armi, con il confronto tecnologico al centro della contesa.

A cambiare, però, non è soltanto il rapporto fra gli Stati. Una parte crescente dell’influenza passa anche attraverso soggetti privati, dalle grandi piattaforme digitali alle società tecnologiche. Richiamando la definizione di ordine internazionale elaborata da Henry Kissinger, Dassù ha sottolineato che oggi risultano indeboliti sia l’equilibrio fra le forze sia il patrimonio di standard condivisi.

Per Giampiero Massolo, la differenza tra semplice disordine e “non ordine” è sostanziale. Nel primo caso le norme continuano a esistere, anche quando vengono violate; nel secondo, invece, viene contestata la loro stessa centralità. In questo scenario l’interesse nazionale tende a essere perseguito attraverso l’uso della forza o la minaccia di ricorrervi.

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La forza non garantisce il risultato

La nuova competizione non coincide tuttavia con il dominio incontrastato delle potenze maggiori. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di risorse superiori a quelle di molti altri attori, ma devono fare i conti con dipendenze economiche, ostacoli operativi e capacità di blocco esercitate anche da soggetti meno forti.

Massolo ha descritto così una realtà nella quale è sempre più difficile separare un centro da una periferia. Gli attori di dimensioni ridotte possono rallentare o rendere più onerose le iniziative delle grandi potenze, mentre gli stessi protagonisti dotati di arsenali e strumenti globali cercano di evitare un confronto diretto capace di trasformare le crisi in guerre generalizzate.


Washington e Pechino alle prese col debito

L’economista Bini Smaghi ha affrontato il tema osservando i costi necessari per conservare una posizione dominante. Un impero può garantire vantaggi al proprio centro, ma il mantenimento della supremazia richiede risorse crescenti, soprattutto quando la rivalità internazionale si intensifica.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto per anni consumi e importazioni superiori alla capacità di esportazione, facendo ricorso in misura crescente a finanziamenti esterni. La competizione con la Cina ha aumentato ulteriormente il fabbisogno finanziario americano. Pechino, dal canto suo, deve preservare il ruolo nelle catene produttive mondiali sostenendo esportazioni e produzione, mentre la domanda interna rimane relativamente compressa.

“Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha detto Bini Smaghi, descrivendo il confronto come una “gara a debito” difficile da mantenere nel lungo periodo. Per le potenze medie, intanto, prende piede il multi-allineamento: rapporti diversi con interlocutori differenti, scelti in base ai singoli interessi, invece di un’appartenenza definitiva a un solo blocco.


La fine della vecchia centralità americana

Nel dibattito romano è stata evidenziata anche l’erosione della cosiddetta pax americana. A indebolirsi sono due convinzioni rimaste a lungo centrali per l’Occidente: la fiducia negli Stati Uniti come garanti ultimi della stabilità internazionale e l’idea che l’interdipendenza economica potesse ridurre automaticamente il rischio di conflitto.

Ne deriva un quadro fatto di pressioni reciproche, accordi temporanei e convergenze variabili. L’Europa, pur non essendo un impero, deve quindi decidere se limitarsi alla funzione normativa che ne ha caratterizzato l’identità oppure affiancare alle regole strumenti strategici capaci di difendere e valorizzare i propri interessi.

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