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Attualità 5 min di lettura1 ott

Fabbriche del cibo aperte al pubblico: il nuovo affare da 383 milioni

Musei, percorsi tra i macchinari e degustazioni trasformano gli stabilimenti alimentari in mete turistiche, ma la vera trasparenza richiede più di una vetrata

Vedere come nasce ciò che portiamo in tavola non è più soltanto una curiosità da appassionati. Le aziende alimentari stanno trasformando stabilimenti, musei e percorsi guidati in vere destinazioni per visitatori, famiglie e turisti. Il fenomeno vale già numeri importanti, anche se mostrare una linea produttiva non significa automaticamente raccontare tutto ciò che accade dentro una fabbrica.


Il cibo industriale diventa esperienza

Per anni l’industria alimentare ha preferito mettere in primo piano il prodotto finito e lasciare sullo sfondo i luoghi della sua realizzazione. Oggi, invece, l’interesse del pubblico verso ingredienti, lavorazioni e macchinari ha convinto molte imprese ad abbassare il livello di riservatezza che circondava gli stabilimenti.

La ristorazione aveva intuito prima questa evoluzione. Le cucine dei locali, un tempo nascoste alla clientela, sono diventate gradualmente parte dello spettacolo grazie alle sale con vista sui cuochi e sulle preparazioni. Ora un modello simile si sta affermando anche nell’industria: il pubblico entra, osserva le macchine in funzione e conclude il percorso con un assaggio.


Leone porta i visitatori in fabbrica

A Collegno, in provincia di Torino, Leone 1857 ha inaugurato la Fabbrica della Felicità, un complesso di settemila metri quadrati costruito accanto allo stabilimento. Il progetto comprende un museo, una caffetteria, un negozio aperto anche a chi non acquista il biglietto, laboratori, spazi per eventi e un itinerario con installazioni e punti di osservazione sulle linee di produzione.

Il fulcro del percorso è il Teatro, dove i protagonisti sono gli impianti che realizzano pastiglie e cioccolato. Alla fine arrivano le degustazioni, con caramelle disponibili nei distributori e i Cri-Cri, i tradizionali cioccolatini torinesi. L’idea è tenere insieme memoria e attività presente, evitando che la storia dell’impresa si trasformi in una semplice celebrazione del passato.

L’edificio è stato progettato per puntare alla certificazione LEED Gold e include impianti fotovoltaici, sistemi per recuperare l’acqua piovana e soluzioni destinate a contenere l’uso di energia e acqua. In questo modo, il racconto rivolto ai visitatori si collega anche alle caratteristiche concrete della struttura.


I numeri spingono il turismo industriale

Il pubblico sembra rispondere. Nel 2025 musei, archivi d’impresa e siti italiani di archeologia industriale hanno registrato 5,4 milioni di presenze. Il 42 per cento dei visitatori proveniva dall’estero e l’impatto economico diretto, calcolato considerando biglietti, ristorazione, acquisti, trasporti e attività collegate, ha raggiunto 383 milioni di euro.

Il dato comprende diversi comparti produttivi, compreso quello agroalimentare, ma descrive una tendenza ormai più ampia della semplice visita aziendale. In Piemonte, nello stesso anno, le destinazioni legate all’industria hanno superato il milione di visitatori, quasi un quinto del totale nazionale. Una fabbrica può quindi entrare nell’itinerario di un fine settimana accanto a cantine, caseifici e altri luoghi della produzione locale.

Anche Perugina ha costruito da tempo un’offerta di questo tipo a San Sisto. La Casa del Cioccolato riunisce il museo storico, la Scuola del Cioccolato, le degustazioni e una balconata affacciata sullo stabilimento dove vengono prodotti i Baci. Nel 2025 la struttura ha superato gli 80.000 visitatori, mentre più di 5.000 persone hanno seguito i corsi dedicati alla lavorazione del cioccolato.

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Dai marchi ai quartieri cittadini

L’apertura delle aziende può produrre effetti anche sui territori meno centrali. A Torino, nel quartiere Aurora, il progetto Nuvola di Lavazza ha affiancato alla sede dell’impresa un museo, aree per gli eventi e spazi dedicati alla ristorazione. Il Museo Lavazza ha chiuso il 2025 con 92.000 ingressi e, dal 2018, ha superato quota 500.000.

A Parma, Barilla ha scelto invece giornate di accesso organizzate. Nel 2024 oltre 4.000 persone, distribuite in più di 200 gruppi, hanno partecipato al programma Porte Aperte, visitando la collezione d’arte, l’archivio storico e lo stabilimento di Pedrignano. Le formule cambiano, ma il principio resta analogo: mostrare non soltanto ciò che si vende, bensì anche luoghi, strumenti e persone che rendono possibile la produzione.


Una vetrata non basta

L’apertura al pubblico, però, non coincide per forza con la trasparenza completa. Un percorso guidato resta una selezione decisa dall’azienda e consente di vedere soltanto una parte del processo. La presenza di una vetrata permette di osservare i macchinari, ma non chiarisce da dove arrivino le materie prime, come vengano pagati i fornitori, quale quantità di scarti venga prodotta o quali compromessi richieda la realizzazione di milioni di pezzi uguali.

Sono questioni meno spettacolari di una cascata di cioccolato, ma destinate a diventare sempre più centrali per chi vuole capire davvero ciò che mangia. L’industria alimentare, dunque, apre le porte per rispondere a una domanda crescente di conoscenza, ma anche perché ha compreso il valore economico e reputazionale di questa esposizione.


La fabbrica entra nell’itinerario

Gli stabilimenti si trovano spesso lontano dai luoghi tradizionalmente associati alle vacanze. San Sisto non è il centro di Perugia, Pedrignano non è Venezia e Collegno non è una meta alle prese con l’eccesso di visitatori. Proprio per questo il turismo industriale può distribuire i flussi, portare persone fuori dai centri storici e dare visibilità a zone normalmente escluse dai percorsi più frequentati.

La Fabbrica della Felicità di Leone rappresenta bene questa trasformazione. Dal martedì alla domenica propone visite, laboratori, attività per scuole e gruppi, iniziative per operatori turistici, eventi, caffetteria e negozio; il lunedì gli spazi possono essere utilizzati per appuntamenti privati e aziendali.

Per molto tempo alle imprese è bastato far conoscere il risultato finale. Ora il pubblico vuole capire anche il percorso che conduce a quel prodotto. Le aziende lo stanno mostrando, non solo per soddisfare questa richiesta, ma perché hanno scoperto che la fabbrica, se diventa esperienza, può trasformarsi in una nuova fonte di valore.

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