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Attualità 3 min di lettura2 ott

Francia, la scuola accende la sfida: Lecornu sotto pressione

La mobilitazione nata nei licei si è allargata alle università e al confronto tra governo e sinistra radicale, tra richieste per l’istruzione, violenze e blocchi in diverse città.

La protesta studentesca francese è diventata uno dei primi banchi di prova politici per il governo di Sébastien Lecornu. La mobilitazione, partita da problemi concreti della scuola pubblica, arriva infatti mentre la Francia si avvicina alle elezioni presidenziali del maggio 2027 e aumenta la pressione sull’esecutivo. L’obiettivo delle autorità è evitare che le violenze oscurino le rivendicazioni, senza però ignorare le difficoltà denunciate dagli studenti.


La risposta arriva prima del confronto

Un primo passo è già stato compiuto dal ministro dell’Istruzione Édouard Geffray, che ha cancellato due contributi destinati agli studenti: 178 euro previsti per l’iscrizione al Brevet de Technicien Supérieur e 270 euro collegati ai corsi preparatori per gli esami di accesso alle Grandes Écoles. Venerdì il ministro dovrebbe inoltre incontrare i rappresentanti delle organizzazioni studentesche.

La linea del governo prova a separare il disagio espresso nelle scuole dagli episodi più gravi verificatisi nelle strade e negli istituti. Geffray ha definito le richieste «completamente legittime», ma ha denunciato la presenza, accanto agli studenti, di persone mascherate che spingono verso gli scontri.


Una protesta ormai contesa dai partiti

La France Insoumise ha appoggiato la mobilitazione. Alcuni esponenti del partito hanno preso parte ai blocchi e hanno invitato a estenderli, trasformando il movimento anche in un terreno di confronto con il governo.

Lecornu ha accusato la sinistra radicale di favorire un’escalation irresponsabile. Il primo ministro ha sostenuto che i problemi dei licei vadano affrontati, ma ha aggiunto: «La violenza deve essere condannata senza ambiguità e i responsabili devono rispondere delle loro azioni». Jean-Luc Mélenchon ha replicato accusando l’esecutivo di repressione e attribuendo alla risposta delle autorità «un chiaro sottotesto razzista».


Dai licei alle università

La mobilitazione ha mosso i primi passi il 21 settembre in un liceo di Créteil, nella regione parigina, dove la carenza di insegnanti aveva alimentato il malcontento. In pochi giorni il movimento ha coinvolto decine di istituti e, giovedì, ha raggiunto circa trenta campus universitari.

Per oggi è stata disposta la chiusura di oltre quattrocento scuole. Il provvedimento è stato motivato con i danni provocati dalle proteste e con il rischio di nuovi disordini. Secondo il ministero dell’Interno, le persone fermate sono state 1.949, quasi quattro volte il numero registrato nei due giorni precedenti.

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Nei licei gli studenti chiedono soprattutto docenti in sostituzione di quelli assenti, edifici ristrutturati, classi meno numerose e condizioni migliori per seguire le lezioni. Nelle università, invece, il tema centrale riguarda l’entità delle risorse destinate all’istruzione superiore.

La Union Syndicale Lycéenne ha inserito tra le questioni sollevate anche il peso dei programmi e il funzionamento di Parcoursup, la piattaforma nazionale utilizzata per l’ammissione all’università. In alcuni istituti sono comparsi inoltre temi più specifici, come la possibilità di attenuare il divieto di utilizzare i telefoni cellulari o l’aumento delle porzioni nelle mense.


Scontri, danni e amplificazione digitale

La componente pacifica della protesta è stata accompagnata da episodi violenti. A Nantes un incendio ha colpito l’atrio di un liceo; a Marsiglia alcuni vigili del fuoco sono stati aggrediti e un loro mezzo è stato dato alle fiamme. Diversi dirigenti scolastici sono stati attaccati e, sempre a Marsiglia, uno di loro è stato cosparso di benzina.

In varie città sono stati fermati autobus e tram. Nella regione parigina, secondo Le Monde, circa quindici licei hanno riportato danni; la polizia ha inoltre segnalato feriti tra gli studenti, il personale scolastico e gli agenti intervenuti.

La rapida diffusione della mobilitazione è stata favorita anche dai social network. Snapchat, Instagram e TikTok hanno rilanciato decine di manifesti, molti creati con l’intelligenza artificiale, con richieste non sempre uguali da una scuola all’altra. Le autorità scolastiche parlano di un effetto di amplificazione, ma le verifiche disponibili non hanno individuato campagne straniere di manipolazione dei contenuti.

Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha descritto la situazione come diversa dalle abituali forme di protesta, definendola un caso di «violenza urbana». Il governo si trova ora a dover gestire contemporaneamente il disagio accumulato nelle scuole, la crescente conflittualità politica e il rischio che blocchi e scontri prendano il sopravvento sulle richieste iniziali.

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