Ex Ilva, la Cassazione può riaprire il caso: i dubbi su amianto e salute
Il procuratore generale considera fondati alcuni rilievi delle aziende e contesta il modo in cui sono stati valutati i rischi legati alla produzione di Taranto.
Gli impianti dell’area a caldo saranno mantenuti in condizioni tali da poter essere riavviati, nel caso in cui la Cassazione modifichi la decisione della Corte d’Appello di Milano. Intanto, oggi l’Ilva produce acciaio per l’ultima volta prima dell’attesa udienza del 20 ottobre, chiamata a stabilire se la sospensione debba restare in vigore.
Nel parere depositato lunedì sera, il procuratore generale osserva che l’omessa verifica della possibile diffusione di fibre di amianto e la valutazione dei rischi sanitari avrebbero potuto cambiare l’esito del procedimento. Il documento, pur non vincolante, sostiene quindi alcuni motivi contenuti nei ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia ad agosto.
L’amianto resta un punto decisivo
Nel mirino c’è soprattutto la presenza di oltre 2.000 chili di amianto nei cowper, gli impianti destinati a preriscaldare l’aria impiegata nel ciclo siderurgico. Secondo la Procura generale, però, la Corte d’Appello non avrebbe dimostrato che durante la lavorazione le fibre possano fuoriuscire verso l’esterno.
Il parere contesta così la conclusione secondo cui la sola presenza del materiale renderebbe automaticamente pericolosi gli impianti. “La Corte d’appello non ha accertato che, nel corso del ciclo produttivo, si verifichi o possa verificarsi un’emissione di fibre dai cowper verso l’ambiente esterno”, si legge nel documento, che parla di una pericolosità ricavata soltanto in astratto.
Rischi sanitari, dati considerati superati
Un altro rilievo riguarda l’analisi dell’impatto sulla salute e sull’ambiente. Per il procuratore generale, la Corte milanese avrebbe utilizzato dati epidemiologici riferiti a periodi lontani, oltre a richiamare le prescrizioni di monitoraggio e uno scenario produttivo non più attuale.
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La produzione autorizzata dall’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 arriva a 6 milioni di tonnellate annue, mentre l’impianto oggi si attesterebbe intorno ai due milioni. Il parere considera quindi necessario confrontare i dati del passato con lo studio di Valutazione di impatto sanitario elaborato dopo le precedenti valutazioni del danno sanitario.
La decisione attesa il 20 ottobre
La Procura generale ritiene inoltre che il giudice civile abbia titolo per intervenire sulla vicenda. Non sarebbe dunque corretto sostenere, come fanno le aziende, che la natura amministrativa dell’Autorizzazione integrata ambientale imponga di rivolgersi esclusivamente al giudice amministrativo e al Tar.
La Corte d’Appello aveva stabilito che la tutela della salute dovesse prevalere sulla continuità occupazionale e produttiva. Il procuratore generale, tuttavia, ritiene che la sospensione possa essere disposta soltanto dopo aver individuato pericoli “gravi e rilevanti” per le persone e per l’ambiente. Saranno ora i giudici della Cassazione a decidere se confermare il decreto del 27 luglio, correggerlo oppure annullarlo.
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