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Attualità 4 min di lettura30 set

Europa, la prova di forza: perché il nuovo mondo non aspetta

Marta Dassù e altri esperti descrivono un sistema globale più frammentato, dominato dalla tecnologia e dalla rivalità tra potenze, con l’Europa chiamata a trasformare il proprio peso in influenza.

«L’Europa esiste eccome». Michele Valensise ha scelto questa frase per respingere l’idea di un continente condannato all’irrilevanza. Nel confronto organizzato a Roma sul nuovo libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella, il presidente dello Iai ha sostenuto che la risposta europea dipenderà dalla capacità di rafforzare l’integrazione senza rifugiarsi in strategie esclusivamente nazionali.

La discussione ha però mostrato quanto sia complesso per l’Unione muoversi in una fase nella quale gli equilibri internazionali cambiano rapidamente. Il continente non rappresenta un impero incompiuto: è nato attorno a un modello diverso di potere, fondato sulla cooperazione e sulla costruzione di regole. Proprio questa impostazione, secondo gli intervenuti, rischia tuttavia di non essere sufficiente se non sarà accompagnata da strumenti economici e strategici più incisivi.


Il peso economico può diventare leva

Lorenzo Bini Smaghi ha concentrato la propria analisi sui costi che ogni grande potenza deve sostenere per conservare il proprio ruolo. Un sistema imperiale può garantire vantaggi al centro politico ed economico, ma richiede risorse sempre maggiori per alimentare la competizione e difendere la propria posizione.

Il confronto tra Washington e Pechino rende evidente questa difficoltà. Gli Stati Uniti hanno finanziato per anni una parte della propria economia attraverso l’afflusso di capitali e acquistando dall’estero più di quanto vendessero; la rivalità con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno finanziario americano. Pechino, dal canto suo, deve preservare produzione ed esportazioni per restare centrale nelle catene del valore, mantenendo più contenuti i consumi interni.

Bini Smaghi ha riassunto il problema con l’immagine di «un pianeta d’argilla», spiegando che le due potenze sono impegnate in una «gara a debito». Da qui nasce, a suo giudizio, una possibile opportunità per l’Europa: il suo mercato e la sua capacità di risparmio restano risorse utili sia agli Stati Uniti sia alla Cina.


Servono imprese europee più forti

Il vantaggio potenziale, però, deve trasformarsi in capacità concreta. Per l’ex esponente della Bce non basta l’azione delle istituzioni pubbliche: occorrono grandi operatori continentali e capitali privati capaci di sostenere aziende europee nei comparti decisivi.

Il modello indicato è quello di Airbus, da replicare nella tecnologia, nella farmaceutica, nella finanza e in altri settori strategici. L’integrazione, ha osservato Bini Smaghi, «si fa anche dal basso, non solo dall’alto»: la costruzione europea passa quindi anche dalla nascita di imprese con dimensioni e risorse adeguate alla competizione mondiale.


La forza non garantisce il risultato

Giampiero Massolo ha posto l’accento sulla differenza tra una crisi dentro un sistema di regole e una situazione nella quale vengono contestate le regole stesse. Nel primo caso il quadro normativo continua a esistere, anche quando viene violato; nel secondo si indebolisce il presupposto condiviso che dovrebbe guidare i rapporti internazionali.

In questo scenario, l’interesse nazionale viene perseguito attraverso la pressione, la forza o la minaccia di utilizzarla. Ma il possesso di strumenti militari ed economici superiori non assicura automaticamente il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia devono fare i conti con dipendenze, ostacoli e capacità di blocco esercitate anche da soggetti molto meno potenti.

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La separazione tra un centro dominante e periferie subordinate diventa così meno netta. Gli attori minori possono rallentare le iniziative delle grandi potenze o renderle più costose, mentre gli Stati dotati dei mezzi per provocare un conflitto globale cercano nello stesso tempo di evitare uno scontro diretto.


Un mondo senza regole condivise

È questo il quadro delineato da Marta Dassù nel libro L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire, scritto con Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma. La competizione tra Stati Uniti e Cina non riguarda più soltanto gli scambi commerciali: tecnologia e strumenti economici sono diventati componenti centrali della rivalità strategica.

Secondo Dassù, il futuro non coincide necessariamente con la nascita di due o più imperi destinati a spartirsi il pianeta. Più probabile è una fase prolungata di frammentazione, nella quale il potere sarà distribuito tra grandi Stati, potenze intermedie e soggetti privati, comprese le maggiori piattaforme tecnologiche.

Gli autori definiscono questo scenario come una vera «assenza di ordine», non una semplice parentesi di instabilità. A essere messa in discussione è l’utilità stessa di un sistema internazionale fondato su principi condivisi. Anche la distinzione tra alleanze e rivalità diventa più fluida: le potenze medie tendono a collaborare con interlocutori diversi in base ai singoli interessi, attraverso allineamenti variabili e intese temporanee.

L’Europa occupa una posizione particolare in questa nuova geografia. La sua identità è legata alla produzione di norme, ma quelle regole, secondo Dassù, devono diventare più efficaci e accompagnarsi a leve strategiche reali. L’obiettivo è permettere all’Unione di non limitarsi a subire le decisioni altrui, ma di partecipare alla loro definizione.

Il confronto, moderato dalla giornalista Alessandra Sardoni, ha preso le mosse anche dal declino della cosiddetta pax americana. A indebolirsi sono due convinzioni che hanno orientato l’Occidente per decenni: il ruolo degli Stati Uniti come garante finale dell’ordine globale e l’idea che l’interdipendenza economica potesse ridurre i conflitti.

La presentazione si è svolta davanti a una platea affollata, con numerosi ambasciatori italiani, in servizio e non più in attività, tra i presenti. Al dibattito hanno partecipato, oltre a Dassù, Campanella, Massolo, Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Valensise: voci diverse per interrogarsi su come l’Europa possa conservare un ruolo in un sistema internazionale sempre più competitivo e meno vincolato da regole comuni.

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