Europa al bivio nel mondo senza regole: contare o restare ai margini
Nel libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella, la rivalità tra Washington e Pechino apre una fase di potere frammentato in cui anche l’Europa deve cambiare passo.
La sfida tra Stati Uniti e Cina non sta producendo un nuovo duopolio capace di governare il pianeta. Secondo Marta Dassù, coautrice con Edoardo Campanella di “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire”, il risultato più probabile è invece una fase lunga e instabile, nella quale le regole condivise perdono efficacia e il potere si disperde tra governi, potenze intermedie e grandi società tecnologiche.
Il tema è stato discusso al Centro Studi Americani di Roma, durante un incontro moderato da Alessandra Sardoni e dedicato al volume pubblicato da Mondadori. Al confronto hanno partecipato anche Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise, davanti a una platea con numerosi ambasciatori italiani, in servizio e non più in attività.
L’Europa cerca un ruolo decisivo
Per Dassù, l’epoca dei mercati considerati uniformi e capaci di avvicinare automaticamente gli Stati è ormai alle spalle. Le potenze maggiori stanno trasformando commercio, finanza e innovazione in strumenti di pressione, mentre la competizione fra Washington e Pechino si concentra soprattutto sul controllo delle tecnologie decisive.
La conclusione, tuttavia, non sarebbe la nascita di nuovi imperi destinati a spartirsi il mondo. “Non ci sarà in realtà né una collisione né una collusione imperiale”, ha spiegato Dassù. La prospettiva indicata dagli autori è quella di un “multipolarismo caotico”, più radicale di una semplice fase di disordine perché mette in discussione l’utilità stessa di un sistema internazionale fondato su norme comuni.
In questo scenario l’Unione europea occupa una posizione difficile. Non è un impero e ha costruito gran parte della propria influenza sulla produzione di regole, ma questa vocazione non appare più sufficiente. Le norme europee, secondo Dassù, dovrebbero essere più efficaci e accompagnate da strumenti strategici capaci di tradurre la forza economica del continente in peso politico. L’obiettivo è fare in modo che l’Europa non venga soltanto considerata una risorsa da utilizzare, ma possa partecipare alle decisioni.
Potere diffuso e alleanze mobili
Massolo ha concentrato il proprio intervento sulla differenza tra disordine e assenza di ordine. Nel primo caso le regole continuano a esistere, anche quando vengono infrante; nella fase descritta dal libro, invece, a essere contestata è la nozione stessa di regola. L’interesse nazionale torna così a essere perseguito attraverso la pressione, la forza o la minaccia di ricorrervi.
La superiorità militare ed economica, però, non garantisce da sola il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di risorse molto più ampie rispetto alla maggior parte degli altri attori, ma devono fare i conti con dipendenze reciproche, ostacoli e capacità di blocco esercitate anche da soggetti meno potenti.
Ne deriva una geografia nella quale è sempre più complicato distinguere un centro da una periferia. Le grandi potenze cercano di evitare uno scontro diretto, pur utilizzando pressioni e minacce nelle crisi regionali. Le potenze intermedie reagiscono spesso con il cosiddetto multi-allineamento: collaborano con interlocutori diversi, modificando le proprie intese in base agli interessi del momento. Le alleanze permanenti lasciano così spazio a convergenze temporanee e variabili.
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La rivalità ha un prezzo economico
Bini Smaghi ha esaminato la trasformazione internazionale dal punto di vista dei costi necessari a sostenere un progetto imperiale. Un centro dominante può ottenere benefici dalla propria posizione, ma deve spendere sempre di più per conservarla. L’intensificarsi della competizione tra Washington e Pechino rende questo equilibrio ancora più fragile.
Gli Stati Uniti hanno potuto a lungo acquistare dall’estero più di quanto vendessero e finanziare una parte consistente della propria economia attraverso risorse provenienti dall’esterno. La rivalità con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno finanziario americano. Pechino affronta una difficoltà diversa: per restare centrale nelle catene produttive mondiali deve sostenere industria ed esportazioni, mentre i consumi interni rimangono relativamente compressi.
“Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha sintetizzato Bini Smaghi, descrivendo la loro sfida come una “gara a debito”. Entrambi i modelli, secondo l’ex esponente della Banca centrale europea, devono quindi confrontarsi con problemi di sostenibilità.
Il margine d’azione dell’Unione
Proprio la dipendenza delle due potenze dal mercato e dal risparmio europei può offrire all’Unione uno spazio di manovra. Il peso potenziale esiste, ma deve essere trasformato in capacità industriale e finanziaria autonoma, evitando che resti soltanto un vantaggio teorico.
La proposta di Bini Smaghi punta alla nascita di grandi operatori continentali sostenuti non solo dalle istituzioni, ma anche da capitali privati europei. Il riferimento è Airbus: servirebbero imprese di dimensione analoga nei comparti tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri settori considerati strategici. L’integrazione europea, nella sua lettura, dovrebbe quindi svilupparsi anche attraverso iniziative economiche concrete e non soltanto mediante decisioni prese dalle istituzioni.
Valensise ha infine invitato a non trasformare le fragilità dell’Unione in una lamentazione permanente. Nel quadro delineato dal libro, Stati Uniti, Cina e Russia incarnano forme diverse di ambizione imperiale, mentre l’Europa nasce da una concezione differente del potere. “L’Europa esiste eccome”, ha affermato il presidente dello Iai, sottolineando la necessità di riconoscerne le capacità senza ignorarne i limiti.
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