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Attualità 4 min di lettura6 ore fa

Europa al bivio nel mondo senza regole: la sfida tra Usa e Cina

Il libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella descrive un sistema internazionale frammentato, dove tecnologia, debito e interessi nazionali ridisegnano gli equilibri.

L’Europa rischia di trovarsi ai margini della nuova competizione globale, mentre Stati Uniti e Cina trasformano gli strumenti economici in leve di pressione politica. È questo uno dei nodi centrali de «L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire», volume scritto da Marta Dassù ed Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma.

Secondo l’analisi proposta dagli autori, non si va verso una semplice spartizione del mondo tra grandi imperi. Lo scenario più probabile è invece quello di un sistema frammentato, con regole internazionali sempre meno condivise e un’influenza crescente di potenze medie e grandi aziende tecnologiche.


L’Europa deve trasformare il peso in forza

L’Unione europea occupa una posizione particolare: non è un impero e ha costruito parte della propria identità sulla definizione di norme comuni. Tuttavia, la sola capacità di regolamentare non sembra più sufficiente in un contesto nel quale il potere dipende anche da tecnologia, risorse finanziarie e strumenti strategici.

Dassù sostiene che Bruxelles debba rendere più efficaci le proprie regole e affiancarle a leve concrete, così da valorizzare il mercato e il risparmio del continente. L’obiettivo, ha spiegato, è consentire all’Europa di essere “non solo sul menù ma anche al tavolo”.

La discussione sul futuro europeo è stata uno dei temi dell’incontro romano, moderato da Alessandra Sardoni e al quale hanno partecipato Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise. Per Valensise, presidente dello Iai, le fragilità dell’Unione non devono diventare una giustificazione per il pessimismo permanente: “L’Europa esiste eccome”, ha osservato, indicando nell’integrazione una possibile risposta al ritorno delle sole strategie nazionali.


Washington e Pechino sfidano la sostenibilità

L’equilibrio internazionale è condizionato anche dai costi economici della competizione. Bini Smaghi, già alla Bce, ha sottolineato che una potenza può ricavare vantaggi dal proprio ruolo dominante, ma deve sostenere spese sempre maggiori per conservarlo.

Gli Stati Uniti hanno mantenuto per anni un forte squilibrio tra importazioni ed esportazioni, finanziando dall’esterno una parte rilevante della propria economia. La Cina, al contrario, deve difendere la propria posizione nelle catene produttive mondiali sostenendo manifattura ed esportazioni, mentre i consumi interni restano relativamente compressi.

“Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha riassunto Bini Smaghi, descrivendo il confronto come una “gara a debito”. Da questa condizione l’economista ricava anche un possibile margine per l’Europa, il cui mercato e il cui risparmio restano importanti per entrambi i contendenti.

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Per sfruttare questo vantaggio, secondo Bini Smaghi, non basterebbero iniziative pubbliche isolate. Servirebbero imprese continentali capaci di competere nei settori decisivi, seguendo il modello di Airbus: grandi gruppi europei nella tecnologia, nella farmaceutica, nella finanza e in altri comparti strategici.


Il potere non ha più un centro stabile

La tesi del libro prende le mosse dalla crisi della globalizzazione fondata sui mercati integrati. Dassù ha spiegato che alcune trasformazioni già visibili dopo la crisi finanziaria del 2008 si sono consolidate: Stati Uniti e Cina non puntano più sull’idea di un’economia mondiale uniforme e impiegano invece le rispettive capacità economiche come strumenti di competizione tecnologica.

Gli autori escludono sia una futura alleanza tra imperi sia uno scontro diretto destinato a ridisegnare tutto il sistema. Parlano piuttosto di “non ordine”, una situazione più profonda del semplice disordine perché mette in discussione l’utilità stessa di un quadro internazionale basato su regole condivise.

Giampiero Massolo ha distinto i due concetti durante il confronto. Nel disordine, ha osservato, le norme continuano a esistere anche quando vengono violate; nel nuovo scenario, invece, viene contestata la nozione stessa di regola. Il risultato è un ambiente segnato da pressioni reciproche, alleanze provvisorie e rapporti variabili.

Le grandi potenze dispongono di mezzi superiori, ma non sempre riescono a imporre la propria volontà. Stati meno forti possono rallentare le loro iniziative, aumentare il costo delle decisioni o impedire che una crisi si trasformi in uno scontro globale. Per le potenze intermedie diventa così frequente il ricorso a più interlocutori, senza una scelta definitiva di campo.

Il confronto al Centro Studi Americani ha inoltre richiamato la fine della cosiddetta pace americana e l’indebolimento di due convinzioni diffuse per decenni: il ruolo degli Stati Uniti come garante ultimo dell’ordine internazionale e l’idea che l’interdipendenza economica potesse ridurre automaticamente i conflitti. In questo quadro, il futuro dell’Europa dipenderà dalla capacità di unire regole, risorse e iniziativa politica.

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