Energia e chip, la nuova mappa del potere: cosa cambia per l’Europa
La globalizzazione non si arresta, ma le dipendenze economiche diventano una questione strategica per governi e imprese.
Per l’Europa, la dipendenza dall’estero non si misura allo stesso modo in ogni settore. Se Pechino interrompesse la vendita di pannelli solari, gli impianti già installati continuerebbero infatti a produrre energia; con il petrolio, invece, il consumo riduce direttamente le riserve disponibili. La differenza cambia il modo in cui un Paese può prepararsi a una crisi.
Secondo Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, la risposta non consiste necessariamente nel riportare ogni produzione entro i confini nazionali. Scorte, fornitori alternativi e maggiore capacità installata possono ridurre l’esposizione. Anche le energie rinnovabili, in questa prospettiva, possono rafforzare l’autonomia energetica, pur lasciando aperto il tema delle filiere industriali necessarie per produrle.
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Quando una dipendenza diventa strategica
Non basta che un comparto sia in difficoltà perché venga definito essenziale per la sicurezza economica. Maggiori mette in guardia dal rischio che imprese incapaci di competere chiedano protezione presentandosi come indispensabili per il confronto con la Cina. Le politiche pubbliche, osserva, dovrebbero concentrarsi soprattutto sui lavoratori colpiti da chiusure rapide e privi di alternative, attraverso sostegni e percorsi di riqualificazione, non sulla conservazione automatica di ogni azienda.
Per valutare il peso strategico di un settore servono almeno tre elementi. Il primo è la concentrazione dell’offerta: dipendere da un soggetto che controlla il 95% di una risorsa espone molto più che rivolgersi a un mercato nel quale il principale fornitore detiene il 50%. Il secondo riguarda il tempo e le competenze necessari per ricostruire una tecnologia. Il terzo è l’effetto sull’intera economia: un blocco dei pagamenti, per esempio, avrebbe conseguenze molto più ampie rispetto alla mancata disponibilità della maggior parte dei beni normalmente scambiati.
La globalizzazione cambia pelle
I dati sul commercio internazionale, sostiene l’economista, non indicano la fine degli scambi. Dopo la forte crescita registrata prima del 2008, il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto interno lordo mondiale si è stabilizzato. Anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta sostenendo nuovi flussi commerciali, perché fabbriche, componenti e infrastrutture necessarie sono distribuiti in diversi Paesi.
Il cambiamento riguarda piuttosto la natura delle relazioni economiche. Un microchip, una rete di pagamento, un magnete al neodimio o un servizio informatico a distanza non hanno più valore soltanto in base al prezzo e alla funzione: contano anche il potere che conferiscono a chi li controlla e il rischio per chi non può farne a meno. La specializzazione internazionale continua dunque a offrire vantaggi, ma deve essere valutata insieme alla possibilità che un fornitore interrompa improvvisamente le consegne.
Dalla finanza alla geoeconomia
È questo il terreno di ricerca di Maggiori, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project. I suoi studi, partiti dai movimenti di capitale, dalle valute di riserva e dal ruolo del dollaro, si sono progressivamente concentrati sul modo in cui gli Stati trasformano normali rapporti economici in strumenti di pressione.
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Insieme a Christopher Clayton e Jesse Schreger, l’economista ha elaborato un modello nel quale due potenze continuano a commerciare, ma allo stesso tempo cercano di impedire che l’altra diventi un’alternativa credibile per il resto del mondo. Ogni vantaggio commerciale viene così confrontato con l’influenza geopolitica che quello stesso rapporto potrebbe consegnare al rivale.
Alleanze decisive tra Stati Uniti e Cina
L’eventuale formazione di due blocchi economici rigidamente separati non è, secondo Maggiori, l’esito più probabile. Gli Stati Uniti dispongono di una grande forza economica, ma per esercitare pressioni efficaci su Paesi terzi hanno bisogno di una rete che comprenda Europa, Regno Unito, Corea e Australia.
Le sanzioni finanziarie dipendono anche dai principali centri europei e britannici, mentre la produzione dei semiconduttori avanzati richiede tecnologie presenti in più aree, tra Europa e Corea. Per questo, nella competizione con la Cina, indebolire la cooperazione transatlantica o alimentare incertezza tra gli alleati rischierebbe di ridurre lo stesso peso geoeconomico americano.
Pagamenti e semiconduttori sotto esame
I sistemi di pagamento mostrano con chiarezza il nuovo problema. In Europa, per gli acquisti quotidiani, una parte rilevante delle transazioni passa attraverso Visa e Mastercard; negli scambi internazionali, un ruolo centrale è svolto da Swift. La loro efficienza nasce anche dal fatto che molti operatori utilizzano le stesse infrastrutture, ma proprio questa diffusione può trasformarsi in vulnerabilità quando il controllo dipende da un altro Paese.
Da qui nascono iniziative come l’euro digitale e il rafforzamento dei collegamenti tra le reti europee per i pagamenti tra grandi operatori e quelle di Paesi quali Brasile e India. Un’altra posizione delicata è quella di Asml, azienda collocata in un passaggio essenziale della filiera globale dei semiconduttori. Ricostruire in tempi brevi competenze e capacità produttive di questo livello non sarebbe possibile semplicemente aumentando gli investimenti.
Maggiori è intervenuto a Torino, al Festival Internazionale dell’Economia, dove al Collegio Carlo Alberto ha tenuto la Pareto Lecture dedicata alla geoeconomia. La sua analisi descrive quindi una globalizzazione non in ritirata, ma riorganizzata attorno a nuove catene del valore, nuove alleanze e dipendenze considerate sempre più anche sotto il profilo della sicurezza.
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