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Attualità 2 min di lettura1 ott

Due dosi e poi l’ospedale: il caso Christa Pike scuote il Tennessee

La condannata a morte è sopravvissuta alla procedura dopo la somministrazione di pentobarbital; i suoi legali chiedono ora di interrompere definitivamente l’esecuzione.

Dopo il via libera della Corte Suprema degli Stati Uniti, la procedura contro Christa Pike è ripartita, ma si è conclusa con il trasferimento della detenuta in un ospedale vicino. La donna, sottoposta a due somministrazioni di pentobarbital, non è deceduta e le sue condizioni mediche restano sconosciute.


Un delitto commesso nel 1995

Pike, oggi 50enne, è detenuta nel braccio della morte del Tennessee dal marzo 1996. La condanna riguarda l’uccisione di Colleen Slemmer, una studentessa di 19 anni aggredita nel 1995 all’interno di un centro di formazione professionale a Knoxville.

Per quel delitto furono condannati anche il fidanzato di Pike e compagno di studi della vittima. Secondo la ricostruzione alla base della sentenza, i due colpirono e accoltellarono Slemmer. L’esecuzione della donna sarebbe stata la prima di una detenuta nel Tennessee da oltre due secoli.


I legali chiedono lo stop

Al termine della procedura, la difesa ha depositato un ricorso urgente per impedirne la prosecuzione. In una dichiarazione, gli avvocati hanno sostenuto che il Tennessee «non è riuscito a portare a termine un’esecuzione legale» e hanno confermato che Pike «è sottoposta a cure in un ospedale nelle vicinanze».

Le autorità non hanno diffuso informazioni sul quadro clinico della detenuta. Il trasferimento è avvenuto dopo una somministrazione durata quasi due ore, mentre i testimoni descrivevano una situazione molto diversa da quella prevista dal protocollo.


La procedura si è prolungata

La sequenza è iniziata alle 19 e si è conclusa alle 20:56, secondo l’orario locale. I giornalisti presenti hanno riferito che Pike è rimasta cosciente anche dopo l’avvio dell’iniezione, riuscendo a parlare e a cantare insieme alla propria guida spirituale.

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Dopo il primo quantitativo di farmaco, la detenuta avrebbe continuato a muoversi e a respirare rumorosamente. La somministrazione di una seconda dose di pentobarbital non ha quindi prodotto l’esito previsto, rendendo necessario il successivo ricovero.


Le contestazioni sul protocollo

La difesa ha collegato l’accaduto alle obiezioni sollevate in precedenza dalla stessa Pike. I legali hanno parlato di difficoltà nel reperire una vena, collasso dei vasi sanguigni e possibile deterioramento del pentobarbital, oltre alla mancanza di un intervento medico d’emergenza disponibile durante la procedura.

Nella loro ricostruzione, tutti questi elementi rientrerebbero in un sistema operativo che, secondo gli avvocati, rimane in larga parte riservato. «Le preoccupazioni espresse dalla signora Pike si sono rivelate fondate», hanno affermato, richiamando le criticità riscontrate durante il tentativo.


Il braccio di ferro giudiziario

Poche ore prima dell’esecuzione, una Corte d’Appello aveva ordinato la sospensione con una decisione adottata a maggioranza, 2 voti contro 1. I giudici avevano chiesto ulteriore tempo per verificare se gli abusi sessuali denunciati da Pike durante l’infanzia fossero stati valutati adeguatamente nel processo che portò alla condanna.

Il procuratore generale del Tennessee aveva impugnato immediatamente quella decisione. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha poi revocato la sospensione e autorizzato l’iniezione letale, inizialmente programmata per il 30 settembre; la procedura è così ripresa, fino al fallimento concluso con il ricovero della detenuta.

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