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Attualità 2 min di lettura8 ore fa

Due delitti, un abisso: perché Colapietro non è Varani

Il caso torinese presenta analogie solo superficiali con l’omicidio di Luca Varani: il nodo centrale riguarda la premeditazione e il ruolo dell’alterazione da sostanze.

Il ritrovamento del corpo di Fabio Colapietro, 39 anni, fatto a pezzi in un appartamento di Torino, ha richiamato alla memoria l’omicidio di Luca Varani. Il parallelismo, però, si ferma agli elementi esteriori: in entrambi i casi si parla di più persone riunite in un’abitazione e dell’uso di sostanze, ma le ricostruzioni disponibili indicano scenari profondamente differenti.

Nel caso torinese la dinamica della morte non è ancora stata definita. Le informazioni finora emerse descrivono un gruppo riunito per consumare droghe e, secondo una delle ipotesi riportate, una lite improvvisa sfociata nella violenza. Non risultano, allo stato attuale, elementi sufficienti per parlare di un piano omicida stabilito in anticipo.


La premeditazione cambia il quadro

Per l’omicidio di Varani, invece, la procura aveva ricostruito una volontà precedente: infliggere alla vittima sofferenze fino a provocarne la morte, ricavando piacere dall’esperienza e accettando consapevolmente l’esito letale. In quella vicenda, dunque, la violenza non sarebbe stata la conseguenza inattesa di un conflitto, ma il traguardo dell’azione.

La differenza riguarda anche il significato attribuibile alle sostanze. Nel caso Varani, l’uso di droghe può essere interpretato come un fattore capace di ridurre i freni e favorire l’attuazione di desideri già presenti. Per Colapietro, al contrario, gli elementi finora disponibili parlano di un contesto nato con finalità diverse: incontrarsi, alterare la coscienza e trascorrere un periodo separato dalla quotidianità, prima che la situazione degenerasse.


Quando saltano i freni interiori

Questa distinzione non autorizza a stabilire un rapporto automatico tra consumo di sostanze e violenza. Né una condizione psicopatologica né l’assunzione di una droga, considerate singolarmente, spiegano un comportamento criminale. Ridurre ogni episodio a questa equazione sarebbe quindi fuorviante.

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La riflessione riguarda piuttosto il modo in cui, in alcune persone, spinte aggressive normalmente contenute possono emergere quando vengono meno i dispositivi di controllo. La personalità, i rapporti con gli altri e le regole condivise contribuiscono a mantenere quei contenuti entro limiti gestibili; in circostanze estreme, tali protezioni possono indebolirsi.


La sostanza non basta a spiegare

La storia mostra che guerre, crisi istituzionali e dissoluzione dei legami sociali hanno più volte creato condizioni favorevoli alla comparsa di condotte violente anche in individui prima inseriti in una vita ordinaria. Quando il controllo esterno si riduce, può essere messo alla prova anche quello interiore.

Alcune persone possono cercare consapevolmente uno stato di disinibizione per oltrepassare un limite che percepiscono come rischioso ma desiderabile. Altre, invece, potrebbero non avere piena coscienza di ciò che l’alterazione può innescare. La sostanza, in questa prospettiva, non genera necessariamente l’aggressività: può contribuire ad aprire uno spazio nel quale impulsi rimasti nascosti riescono a manifestarsi. Per il caso Colapietro, tuttavia, ogni conclusione resta subordinata agli accertamenti degli inquirenti.

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