5.000Lettori online ora
Attualità 4 min di lettura4 ore fa

Europa al bivio: come contare nel nuovo mondo senza regole

Marta Dassù e altri esperti descrivono una competizione globale dominata da tecnologia, debito e potenze sempre più difficili da controllare.

Come può l’Europa conservare un ruolo in un sistema internazionale dove le regole perdono forza e anche gli attori meno potenti riescono a ostacolare le grandi potenze? È questa la domanda al centro del confronto organizzato al Centro Studi Americani di Roma attorno al libro di Marta Dassù ed Edoardo Campanella, “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire”. L’incontro è stato moderato dalla giornalista di La7 Alessandra Sardoni e ha coinvolto Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise.

Anche Stati con risorse limitate possono rallentare, bloccare o rendere più onerose le strategie di Washington, Pechino e Mosca. La distanza tra centro e periferia del potere si è così ridotta, mentre le potenze maggiori cercano di evitare un confronto diretto capace di trasformare le crisi in conflitti globali.


Un potere sempre più frammentato

Secondo la lettura proposta durante l’incontro, il mondo non si sta dirigendo verso una semplice spartizione tra nuovi imperi. La direzione indicata è piuttosto quella di una lunga fase di frammentazione, con Stati, potenze regionali e grandi imprese tecnologiche capaci di esercitare influenza in modo autonomo.

Per le potenze intermedie diventa frequente il ricorso al multi-allineamento: collaborare con interlocutori diversi, scegliendo di volta in volta in base agli interessi e ai singoli dossier. Le alleanze rigide lasciano spazio a intese temporanee, mentre aumentano il ricatto reciproco e le combinazioni variabili.

La discussione ha preso le mosse proprio dalla domanda su come riuscire a incidere nell’“età della prepotenza”. Sardoni ha richiamato la crisi della cosiddetta pax americana e l’indebolimento di due convinzioni che per decenni hanno orientato l’Occidente: il ruolo degli Stati Uniti come garante ultimo dell’ordine internazionale e l’idea che gli scambi economici potessero contribuire a contenere i conflitti.


La fine dei mercati senza confini

Marta Dassù ha spiegato che alcune tendenze già emerse dopo la crisi finanziaria del 2008 oggi si sono consolidate. Stati Uniti e Cina non considerano più l’economia globale come uno spazio uniforme: entrambe le potenze sfruttano commercio, finanza e tecnologia per rafforzare la propria posizione nella competizione internazionale.

Per Dassù, tuttavia, il risultato non sarà necessariamente un duello concluso dalla vittoria di un impero sul rivale. “Non ci sarà in realtà né una collisione né una collusione imperiale”, ha affermato, indicando nell’assenza di ordine una condizione più profonda del semplice disordine: non viene contestata soltanto l’applicazione delle regole, ma la loro stessa utilità come base dei rapporti tra Stati.

La definizione di ordine internazionale evocata dalla politologa, riprendendo Henry Kissinger, richiede due elementi: un equilibrio relativamente stabile tra le forze e criteri condivisi almeno in parte. Entrambi, nella sua analisi, risultano oggi indeboliti. Il potere si è distribuito anche verso soggetti privati, come le grandi piattaforme digitali, mentre il consenso sulle norme comuni si restringe.


L’Europa deve trasformare il peso

In questa nuova geografia, l’Unione europea occupa una posizione difficile. Non è un impero e ha fondato una parte rilevante della propria identità sulla produzione di regole, ma la sola capacità normativa non appare più sufficiente a garantire influenza.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Dassù ha sostenuto che le norme europee dovrebbero essere più efficaci e accompagnate da strumenti strategici capaci di valorizzare le risorse già disponibili. L’obiettivo, nelle sue parole, è fare in modo che l’Europa sia “non solo sul menù ma anche al tavolo”.

Michele Valensise ha invitato a non ridurre il dibattito sulle fragilità dell’Unione a una lamentela continua. “L’Europa esiste eccome”, ha osservato, collegando la possibilità di una reazione al rafforzamento dell’integrazione e al rifiuto di un ritorno alle sole politiche nazionali.


La sfida economica tra Washington e Pechino

Lorenzo Bini Smaghi ha analizzato la competizione globale dal punto di vista dei costi necessari a sostenere una posizione imperiale. Un centro dominante può ricavare vantaggi economici e politici, ma deve affrontare spese crescenti per conservare il proprio ruolo. L’aumento della rivalità rende questo equilibrio ancora più difficile.

Gli Stati Uniti hanno potuto a lungo acquistare dall’estero più di quanto vendessero e finanziare una quota crescente della propria economia attraverso risorse provenienti dall’esterno. La rivalità con la Cina ha però ampliato il fabbisogno finanziario americano. Pechino presenta invece una fragilità diversa: per restare centrale nelle catene produttive deve difendere industria ed esportazioni, mantenendo relativamente contenuti i consumi interni.

“Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha sintetizzato Bini Smaghi. A suo giudizio, la rivalità tra i due modelli si sta trasformando in una gara sostenuta dal debito, con interrogativi sulla tenuta futura di entrambi.


Più imprese continentali per contare

Proprio le necessità economiche delle due superpotenze possono offrire all’Europa un margine di manovra. Il mercato dell’Unione e il suo risparmio sono risorse importanti sia per Washington sia per Pechino; il nodo consiste nel convertirne il peso in capacità concreta di azione.

La proposta indicata da Bini Smaghi riguarda la nascita di grandi operatori europei, sostenuti non soltanto dall’intervento pubblico ma anche da capitali privati del continente. Il riferimento è Airbus: servirebbero iniziative analoghe nei comparti tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri settori considerati strategici. L’integrazione, ha osservato, “si fa anche dal basso, non solo dall’alto”.

Nel quadro delineato durante la presentazione, la competizione tecnologica e quella economica procedono quindi insieme. L’Europa dispone di strumenti rilevanti, ma il loro peso internazionale dipenderà dalla capacità di unirli a una strategia comune e a soggetti industriali in grado di competere su scala globale.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere