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Droni e sabotaggi, l’Europa davanti alla soglia che decide la risposta

Beniamino Irdi analizza la pressione russa, i limiti delle democrazie liberali e gli strumenti necessari per una deterrenza europea più credibile.

Un Consiglio di sicurezza europeo potrebbe diventare uno strumento decisivo soltanto se fosse dotato di autorità reale e della possibilità di produrre effetti concreti. In caso contrario, rischierebbe di trasformarsi nell’ennesimo tavolo di confronto senza capacità operativa. È questa la valutazione di Beniamino Irdi, esperto di competizione tra grandi potenze e minacce ibride.

Secondo Irdi, la questione centrale riguarda la riluttanza degli Stati membri a trasferire competenze quando entrano in gioco difesa e sicurezza nazionale. L’analista, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e amministratore delegato di HighGround, ritiene comunque significativa la proposta rilanciata da Ursula von der Leyen. Il 6 novembre, alla Luiss di Roma, la sua società organizzerà inoltre gli “HG Dialogues”, incontro dedicato ai rapporti tra sicurezza nazionale, imprese e istituzioni.


Il potere resta il punto decisivo

La stessa logica vale per l’ipotesi di un Consiglio di sicurezza italiano: un organismo simile avrebbe senso solo se potesse coordinare decisioni e conseguenze, non limitarsi a favorire lo scambio di opinioni. Per Irdi, l’Europa deve quindi chiarire in anticipo quali strumenti intenda usare davanti alle diverse forme di pressione ostile.

L’esperto invita anche a rivedere il modo in cui vengono bilanciati diritti e sicurezza in una fase eccezionale. Segreto di Stato, attività di intelligence e strutture riservate non possono funzionare con la stessa trasparenza richiesta a un ministero, ma questo non significa rinunciare ai principi democratici. Il problema, spiega, è capire come difenderli quando gli avversari sfruttano proprio quei principi per rallentare la reazione.


Le democrazie esposte ai ricatti

Le difficoltà riguardano anche i beni russi congelati. La loro eventuale confisca aprirebbe questioni giuridiche e politiche delicate e potrebbe alimentare dubbi sulla sicurezza delle riserve detenute da altri Paesi. Irdi considera però il caso non automaticamente replicabile: la Russia ha invaso uno Stato sovrano e conduce da quattro anni e mezzo un conflitto che comprende anche strumenti non convenzionali.

«Gli ostacoli che incontriamo nascono spesso dagli stessi meccanismi su cui si fondano le democrazie liberali», osserva Irdi. Lo Stato di diritto limita le possibilità di intervento sui patrimoni, mentre il consenso elettorale rende rischiose le decisioni energetiche capaci di aumentare i prezzi. Questi elementi proteggono le società democratiche, ma possono anche essere utilizzati contro di esse.


La soglia non è scritta nei trattati

Sul piano operativo, l’Europa dispone ancora di margini per imporre costi a Mosca. Tra le opzioni indicate figurano una riduzione della dipendenza energetica, l’impiego dei beni russi congelati e il sostegno militare all’Ucraina attraverso armamenti, informazioni e assistenza. La paura di un’escalation, secondo l’analista, ha però condizionato per anni tempi e modalità degli aiuti occidentali a Kiev.

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Irdi contesta l’idea che basti abbandonare l’espressione “guerra ibrida” per rendere più efficace la risposta. Le operazioni russe sono diventate più frequenti, visibili e fisiche, con droni, esplosivi e sabotaggi; parallelamente, Mosca sembra attribuire meno importanza alla possibilità di negare il proprio coinvolgimento. Il messaggio trasmesso dagli episodi più recenti è che l’autore non tema più di essere identificato.


Paura e disinformazione fanno danni

La soglia oltre la quale uno Stato decide di reagire non dipende però da un criterio puramente tecnico. È una scelta politica, costruita nel tempo: ogni episodio isolato può apparire insufficiente, mentre una sequenza di azioni graduali rende difficile raccogliere il consenso necessario per una risposta energica.

Anche la percezione pubblica diventa quindi un obiettivo. La presenza ricorrente del tema dei droni può generare paura e la sensazione che le autorità non siano in grado di proteggere il territorio. Se una campagna riesce a produrre divisioni, sfiducia nelle istituzioni e dubbi sulla deterrenza, può raggiungere il proprio scopo anche senza provocare danni materiali rilevanti.


Verso una deterrenza comune

Per Irdi, la risposta dovrebbe fondarsi su una dottrina europea condivisa. Ogni attacco dovrebbe comportare conseguenze riconoscibili, prevedibili e abbastanza onerose da superare il vantaggio che l’autore pensa di ricavare dall’azione. La diffusione dell’allarme può diventare, in questo senso, l’occasione per costruire una politica comune di sicurezza.

Il quadro si è fatto più evidente dopo una serie di episodi registrati nel Baltico e in Germania. A settembre Berlino ha attribuito alla Russia un tentativo di colpire con droni esplosivi l’aeroporto di Lipsia/Halle; pochi giorni più tardi, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese e un drone carico di esplosivo è stato abbattuto sopra la Lituania. L’Unione europea continua intanto ad adottare misure contro sabotaggi, attacchi informatici, manipolazione dell’informazione e iniziative destinate a destabilizzare le istituzioni democratiche.

Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, Ursula von der Leyen ha sostenuto che le minacce rivolte all’Europa sono ormai “sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Da qui la proposta di una strategia europea per la sicurezza, di un protocollo di emergenza complementare all’articolo 4 della Nato e di un futuro Consiglio di sicurezza europeo.

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