Dopo la globalizzazione: perché il mondo entra nell’era del «non ordine
Marta Dassù e Edoardo Campanella descrivono un sistema internazionale frammentato, dove Stati, potenze medie e grandi aziende tecnologiche competono senza regole condivise.
La globalizzazione fondata su mercati sempre più integrati lascia spazio a una competizione molto più aspra. Stati Uniti e Cina stanno trasformando strumenti economici e tecnologici in leve di potere, mentre l’ordine internazionale costruito su regole comuni perde progressivamente forza. È questo lo scenario analizzato da Marta Dassù ed Edoardo Campanella nel libro «L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire», presentato al Centro Studi Americani di Roma.
Il potere si frammenta senza nuove regole
Secondo Dassù, le tendenze già emerse con la crisi finanziaria del 2008 si sono consolidate. Washington e Pechino non puntano più sull’idea di una globalizzazione uniforme, ma sfruttano commercio, finanza e tecnologia per rafforzare le rispettive posizioni in una sfida tra grandi potenze.
L’esito, tuttavia, non sarebbe la semplice nascita di nuovi imperi destinati a spartirsi il pianeta. «Non ci sarà in realtà né una collisione né una collusione imperiale», ha spiegato Dassù. Gli autori definiscono la nuova fase come «assenza di ordine»: non una parentesi di caos destinata a chiudersi, ma la messa in discussione dell’utilità stessa di un sistema internazionale fondato su norme condivise.
Nella ricostruzione proposta, il potere non appartiene più soltanto agli Stati. Accanto alle grandi capitali agiscono potenze di dimensioni intermedie e soggetti privati, soprattutto le grandi piattaforme tecnologiche. Viene meno anche la distinzione netta tra centro e periferia: attori meno forti possono ostacolare, rallentare o rendere più onerose le strategie delle potenze dominanti.
Stati Uniti e Cina giocano a debito
Alessandra Sardoni, che ha moderato il confronto romano con Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise, ha collegato questa trasformazione alla fine della «pace americana». A indebolirsi sono anche due convinzioni radicate in Occidente: quella degli Stati Uniti come garanti ultimi della stabilità globale e quella dell’interdipendenza economica come possibile freno ai conflitti.
Massolo ha distinto il semplice disordine dalla nuova condizione descritta nel volume. Nel primo caso le regole continuano a esistere, anche quando vengono violate; nel secondo è la loro validità generale a essere contestata. Da qui nasce una politica sempre più orientata alla difesa dell’interesse nazionale attraverso la forza, o almeno attraverso la sua ostentazione.
L’ex presidente del Comitato militare della Nato ha però evidenziato un paradosso: una maggiore potenza non assicura automaticamente il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia possiedono risorse superiori a quelle della maggior parte degli altri attori, ma devono fare i conti con dipendenze reciproche, ostacoli e capacità di interdizione che limitano l’efficacia degli strumenti tradizionali.
Bini Smaghi ha invece esaminato il problema dal punto di vista economico. Un impero può offrire vantaggi al proprio centro politico e produttivo, ma il mantenimento della posizione dominante comporta costi crescenti. Nel confronto tra Washington e Pechino, questi oneri diventano sempre più evidenti.
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Gli Stati Uniti hanno potuto per lungo tempo importare più di quanto esportassero e sostenere una parte della propria economia grazie ai capitali esteri. La rivalità con la Cina ha però fatto aumentare il fabbisogno finanziario americano. Pechino affronta una difficoltà diversa: per conservare il proprio ruolo nelle catene produttive mondiali deve sostenere esportazioni e produzione, mantenendo al tempo stesso più contenuti i consumi interni.
«Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla», ha sintetizzato Bini Smaghi, descrivendo la loro rivalità come una «gara a debito» con problemi di sostenibilità per entrambi.
L’Europa deve passare alle leve strategiche
In questo quadro, l’Europa occupa una posizione difficile. Non è un impero e ha costruito la propria identità internazionale soprattutto sulla capacità di elaborare norme. Per Dassù, però, la produzione di regole non è più sufficiente: l’Unione dovrebbe renderle più efficaci e affiancarle a strumenti strategici capaci di valorizzare le risorse già disponibili.
La questione non riguarda soltanto Bruxelles. Bini Smaghi ha indicato nel mercato e nel risparmio europei due risorse utili tanto agli Stati Uniti quanto alla Cina, ma ha osservato che il peso economico dell’Europa deve tradursi in capacità concreta di intervento.
La strada indicata passa dalla nascita di grandi operatori continentali sostenuti anche dal capitale privato. Il riferimento è Airbus: secondo l’economista servirebbero realtà analoghe nei comparti tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri settori strategici. «L’Europa si fa anche dal basso, non solo dall’alto», ha affermato.
Michele Valensise, presidente dello Iai, ha invitato a non trasformare le fragilità dell’Unione in una denuncia permanente. L’Europa, ha sostenuto, esiste già e può reagire se rafforza l’integrazione e rinuncia a considerare le politiche nazionali come l’unico livello d’azione.
La sfida, quindi, non consiste soltanto nel resistere alla pressione degli imperi esistenti o nel scegliere di volta in volta un alleato. Per le potenze medie, il crescente ricorso a rapporti flessibili e collaborazioni variabili diventa una forma di tutela: si lavora con interlocutori diversi a seconda degli interessi in gioco, senza aderire stabilmente a un solo schieramento. In un sistema privo di poli davvero fissi, l’Europa dovrà trasformare la propria forza economica e normativa in una presenza politica più autonoma.
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