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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Dopo 30 anni il Dna lo scagiona: Carter lascia il braccio della morte

A 71 anni Douglas Stewart Carter torna libero in Utah, ma dovrà affrontare un nuovo processo dopo che le analisi genetiche hanno escluso il suo coinvolgimento nell’omicidio del 1985.

Un esame genetico ha riaperto il caso di Douglas Stewart Carter e gli ha restituito la libertà dopo circa trent’anni trascorsi in carcere. L’uomo, oggi 71enne, era stato condannato a morte nello Utah per l’uccisione di Eva Olesen, ma il materiale biologico raccolto sulla scena non corrisponde al suo profilo.

Il rilascio è avvenuto su cauzione, mentre la procura non ha ancora rinunciato al nuovo processo. Carter dovrà indossare un dispositivo GPS e rispettare il divieto di avvicinarsi ai familiari della vittima.


Il Dna riapre un caso controverso

Le nuove verifiche hanno escluso Carter come possibile origine del sangue trovato su una maniglia e delle tracce genetiche recuperate sul coltello usato per colpire Olesen. La donna era stata anche raggiunta da un proiettile e il marito l’aveva scoperta senza vita nella loro abitazione, con gli abiti in parte rimossi e i polsi bloccati dietro il corpo.

L’esito dell’analisi è stato comunicato il 22 settembre scorso. In precedenza, la Corte suprema dello Stato aveva già disposto la celebrazione di un altro processo, richiamando condotte improprie attribuite agli investigatori. Carter, che ha sempre negato il delitto, sostiene inoltre che la confessione sottoscritta nel corso dell’inchiesta gli sia stata imposta con le minacce.


La condanna poggiava su testimonianze ritirate

Nel processo originario non emersero reperti fisici capaci di legare direttamente Carter all’abitazione di Olesen. A orientare il verdetto furono soprattutto la confessione e le dichiarazioni di due persone, secondo le quali l’imputato si sarebbe vantato dell’omicidio.

Entrambi i testimoni hanno poi cambiato versione. Nel 2011 furono rintracciati in Messico e riferirono che la polizia li avrebbe spinti a mentire davanti alla giuria, promettendo denaro e doni. La difesa, inoltre, non chiamò alcun testimone durante il primo dibattimento; dopo una nuova udienza, nel 1992, Carter ricevette ancora una condanna capitale e per anni i tribunali dello Utah respinsero i suoi ricorsi.

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La libertà non chiude la vicenda

Carter ha lasciato il penitenziario nella tarda serata di lunedì 28 settembre. Indossava una camicia bianca, pantaloni sportivi grigi e occhiali appesi al collo; il figlio Tyler Anger trasportava su un carrello coperte, cuscini e gli oggetti personali dell’uomo.

Davanti ai pochi giornalisti presenti, Carter ha mantenuto il silenzio e ha cercato di coprirsi il volto con alcuni fogli. È poi salito in automobile con il figlio e il proprio legale. Il procedimento successivo, previsto per il prossimo anno, dovrebbe durare due mesi, mentre i pubblici ministeri della contea hanno ritirato l’avviso con cui comunicavano l’intenzione di chiedere nuovamente la pena capitale.


Dalla fuga all’arresto in Tennessee

Nell’aprile 1985 Carter lasciò lo Utah perché temeva di essere ricercato per un diverso episodio di aggressione, secondo quanto riportato nei documenti giudiziari. Due mesi più tardi venne fermato a Nashville, nel Tennessee, dove un investigatore lo interrogò e ottenne la confessione poi contestata dall’imputato.

Carter ha raccontato di avere firmato una versione falsa dopo ripetute intimidazioni da parte della polizia. Il caso è rimasto quindi segnato da una fuga, da una confessione messa in discussione e da testimonianze successivamente ritrattate, fino alla prova genetica che ha escluso il suo collegamento con gli elementi biologici più rilevanti.

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