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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Disinformazione in piazza: 290 milioni di clic e un rischio reale

Durante le proteste francesi del 17 ottobre, video falsi e immagini fuori contesto hanno viaggiato soprattutto grazie a utenti autentici, non a reti automatizzate.

La minaccia più insidiosa durante una protesta non è necessariamente un esercito di profili automatici. A rendere pericolosa la disinformazione è la rapidità con cui una voce falsa, rilanciata da persone reali, può confondersi con gli aggiornamenti utili a chi si trova in strada. Un’analisi di Cyabra e Arcadia sulle mobilitazioni francesi del 17 ottobre mostra quanto sia sottile il confine tra cronaca verificata e manipolazione.

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La viralità supera i profili falsi

Nel giorno della protesta sono stati individuati 8.977 messaggi e commenti su X, TikTok, Facebook e Instagram: quasi dieci volte il traffico di una giornata normale. Il momento di massima intensità è arrivato alle 19, con 1.562 pubblicazioni, mentre 4.497 post dedicati a scontri, saccheggi e violenze hanno totalizzato 290 milioni di visualizzazioni.

Il dato più rilevante riguarda però la natura degli account coinvolti. Sette contenuti segnalati per informazioni ingannevoli, compresi alcuni filmati ripescati dalle rivolte del 2023, erano stati pubblicati da profili autentici. Nel complesso, quei messaggi hanno raggiunto 4,83 milioni di visualizzazioni: la loro diffusione non dipendeva quindi soltanto da identità inventate o sistemi automatizzati.


Video veri, contesti completamente falsi

Una delle tecniche più ricorrenti è stata la ricollocazione di immagini reali. Riprese realizzate nel luglio 2023 sono state attribuite alle manifestazioni di ottobre; altri filmati girati a Madrid sono stati invece presentati come scene provenienti dalla Francia. A Lione, le immagini dei saccheggi sono state diffuse come se documentassero eventi avvenuti a Bordeaux.

I ricercatori hanno contato 78 copie dello stesso materiale, talvolta pubblicate a soli sei secondi di distanza. Tra i contenuti più visti figuravano i video degli scontri a Marsiglia, con 28,5 milioni di visualizzazioni, quelli relativi al municipio di Limoges, arrivati a 15,3 milioni, e le riprese dei mezzi della polizia a Parigi, viste 9,9 milioni di volte.


Accuse infondate nel momento più delicato

Una delle storie più condivise sosteneva che alcuni agenti francesi avessero appiccato il fuoco a un cassonetto per poi alimentare nuovamente le fiamme. A pubblicarla era stato un profilo falso aperto nel luglio 2026, seguito da 571 persone. Nonostante la scarsa consistenza iniziale dell’account, il messaggio ha ottenuto 1,29 milioni di visualizzazioni e più di 20mila interazioni.

Ha avuto ampia circolazione anche la falsa notizia di un ordine di “sparare per uccidere” impartito dall’Eliseo: circa 483mila visualizzazioni, prima di essere accompagnata da una segnalazione della comunità di X. Un altro contenuto, basato sulla presunta perdita di una mano da parte di un ragazzo a Saint-Étienne, è comparso 33 volte attraverso 20 account, 12 dei quali ritenuti falsi. Il meccanismo faceva leva sull’emotività e invitava gli utenti a cercare il filmato nei commenti.

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Hashtag, odio e dimensione italiana

Le narrazioni manipolate si sono inserite anche nelle parole chiave usate dai manifestanti per ottenere notizie in tempo reale. Su X, il 30,2% degli account presenti nella conversazione #Manifestationdu17 è stato classificato come non autentico; la quota è scesa al 25% per #GiletsJaunes. Nei due filoni, inoltre, circa il 27% dei contenuti è stato associato a messaggi d’odio, prodotti sia da utenti reali sia da profili falsi.

La circolazione non è rimasta confinata alla Francia. I post sugli scontri in piazza Duomo a Milano hanno raggiunto 12,8 milioni di visualizzazioni, confermando la capacità delle narrazioni legate alle proteste di oltrepassare rapidamente i confini nazionali.


La verifica deve arrivare prima

Secondo Domenico Giordano di Arcadia, quanto osservato in Francia dovrebbe essere considerato un avvertimento anche per l’Italia. “Anche in Italia siamo oramai nel pieno di una guerra ibrida e cognitiva, una strategia coordinata e pulviscolare che punta a destabilizzare l’ordine pubblico ingannando e manipolando le percezioni e l’opinione pubblica online”, ha affermato.

Per Giordano, il contrasto non può essere affidato soltanto alla prudenza dei singoli o all’autoregolamentazione delle comunità digitali. Servono una collaborazione più stretta tra istituzioni e piattaforme e regole in grado di ridurre la portata dei contenuti manipolatori, salvaguardando al tempo stesso libertà di espressione e riservatezza.

Il rapporto indica nella rapidità dei controlli una delle difese principali: seguire gli hashtag mentre la protesta è in corso, verificare l’origine dei video e prestare attenzione agli account appena creati. Il pericolo, avvertono gli analisti, è che “un ordine falso o una presunta provocazione scatenino uno scontro prima che qualsiasi rettifica raggiunga la folla”.

La conclusione della ricerca è netta: per influenzare una conversazione pubblica non servono necessariamente grandi reti di bot. Può bastare un contenuto progettato per suscitare rabbia o paura, pubblicato nel momento opportuno e rilanciato da migliaia di utenti autentici. In questo modo la falsificazione del racconto digitale può produrre conseguenze concrete anche nelle strade.

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