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Attualità 3 min di lettura56 min fa

Baby gang, il rischio più grande è trasformarle in un’ideologia

La violenza dei gruppi giovanili va affrontata come problema sociale e di sicurezza, senza usarla per costruire nuove letture assolute dello scontro politico

Prima ancora di chiedersi quale messaggio politico nascondano le devastazioni compiute da adolescenti e giovanissimi, bisognerebbe domandarsi se un messaggio politico esista davvero. Gli episodi registrati a Milano, Torino, Roma e in altre città hanno alimentato interpretazioni opposte, ma il rischio è attribuire a bande occasionali un ruolo che non hanno: quello di profeti della crisi della società.

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La violenza non ha un colore politico

Una parte della sinistra tende a leggere queste esplosioni di teppismo come il sintomo estremo delle disuguaglianze e della crisi del sistema economico. In questa prospettiva, anche la distruzione fine a se stessa può diventare una forma distorta di ribellione degli esclusi, quasi una prova di vitalità proveniente dai margini della società.

Sul fronte opposto, la destra concentra spesso l’attenzione sulla provenienza dei sospettati e dei fermati: arabi, stranieri o italiani di seconda generazione. Da qui nasce la tesi secondo cui le aggressioni dimostrerebbero il fallimento dell’accoglienza e della convivenza tra culture diverse. In entrambi i casi, però, i giovani coinvolti vengono trasformati in strumenti di una narrazione già pronta, invece di essere osservati per ciò che fanno.


Il gruppo amplifica la brutalità

Da anni si registrano, in Italia e in altri Paesi, episodi di violenza collettiva riconducibili a gruppi privi di una struttura stabile e di una vera gerarchia. Spesso si tratta di aggregazioni nate per caso, nelle quali l’aggressione diventa il modo per sentirsi parte di qualcosa, ottenere riconoscimento e misurare la propria forza davanti ai coetanei.

La presenza del gruppo riduce il senso di responsabilità personale e favorisce l’imitazione. Ciascuno può spingersi oltre il limite per non apparire debole, mentre l’aggressività degli altri rende più facile compiere azioni che, da soli, probabilmente non verrebbero nemmeno immaginate. È una dinamica collettiva ordinaria nella sua origine, ma distruttiva negli effetti.


Le piattaforme rendono tutto più rapido

Gli strumenti digitali contribuiscono a diffondere questo meccanismo, a renderlo replicabile e, in alcuni casi, a facilitarne l’organizzazione. La circolazione delle immagini, la ricerca di attenzione e la possibilità di assistere alle imprese altrui aumentano la spinta all’emulazione e alla gara per conquistare visibilità.

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Questo non significa che dietro ogni episodio ci sia un progetto politico. Eventuali tentativi di sfruttamento o infiltrazione arrivano dall’esterno e non spiegano le ragioni profonde di queste azioni. Per i protagonisti, la violenza serve soprattutto a imporsi, intimidire e conquistare prestigio all’interno del gruppo.


Cosa raccontano davvero gli episodi

La razzia compiuta da centinaia di adolescenti in piazza Duomo a Milano non richiama necessariamente la violenza politica degli anni passati, né quella di matrice rivoluzionaria di destra o di sinistra. È più vicina, per dinamiche e finalità, ad altri episodi recenti di prevaricazione giovanile.

Lo stesso schema può essere accostato al gruppo che, a Roma, avrebbe seminato paura per una settimana viaggiando su una minicar nera, oppure all’aggressione avvenuta a Milano un anno fa contro un coetaneo accoltellato. In tutti questi casi emerge una violenza priva di un obiettivo pubblico riconoscibile, usata come forma privata di dominio.

Il fenomeno resta comunque una questione politica perché produce paura, insicurezza e una forte domanda di protezione. Proprio per questo richiede risposte concrete, non interpretazioni assolute. Fare di questi reati il fondamento di una nuova filosofia politica significherebbe attribuire loro un significato che, almeno per come si manifestano, non possiedono.

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