Digger riaccende il grande litigio sul cinema: sei o nove
Il film di Digger ha riportato al centro una vecchia distinzione tra opere da vedere prima di cena e storie capaci di alimentare discussioni per tutta la serata.
Da dieci giorni, le telefonate serali hanno un argomento quasi obbligato: “Digger”. Il film è diventato il punto di partenza per discussioni, obiezioni e riletture, un’abitudine che sembrava appartenere a un cinema ormai lontano. La domanda, allora, è se stia tornando il desiderio di andare in sala proprio perché sono ricomparsi alcuni film capaci di farci discutere.
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Il cinema che continua a cena
La distinzione arriva da Anthony Lane, critico cinematografico del New Yorker, che nel 2009 la utilizzò parlando di Michael Haneke e de “Il nastro bianco”. Secondo la sua classificazione, esistono film delle sei e film delle nove: i primi richiedono ancora tempo, energie e magari una tavolata con amici; i secondi si possono vedere dopo il lavoro, prima di tornare a dormire.
Lane descriveva così il film delle nove: «Torni a casa dal lavoro, mangi qualcosa al volo, vai al cinema, e ti godi lo spettacolo». Un titolo delle sei, invece, non finisce con i titoli di coda. Dopo servono un ristorante e persone disposte a discutere a lungo dell’effetto prodotto dalla storia, delle sue idee e del suo significato.
Tra gli esempi citava “Persona” e “Il cacciatore” come opere da pomeriggio, mentre “Platoon”, nonostante la sua durezza e il rumore della guerra, poteva funzionare anche alle nove. La tassonomia comprendeva pure i film che si attribuiscono una serietà diversa da quella che possiedono: “A voce alta” sarebbe un film da sera convinto di essere da pomeriggio, mentre “Ricomincio da capo” rappresenterebbe il caso opposto.
Digger ha riaperto il dibattito
Il successo della conversazione attorno a “Digger” ha reso evidente quanto fosse diventato raro uscire da una sala con la voglia di telefonare a qualcuno. Tra le persone sentite negli ultimi giorni, soltanto due non hanno parlato del film: entrambe non vanno al cinema. Una circostanza che, dopo anni di abitudine alla visione domestica, appare quasi sorprendente.
Anche l’esperienza pratica della sala contribuisce alla fatica. Durante una proiezione domenicale di “Digger”, alcuni spettatori sono entrati tardi e hanno cercato il posto prenotato con la luce del telefono, costringendo chi era già seduto ad alzarsi. Episodi simili fanno pensare a quanto l’andare al cinema sia diventato meno familiare, insieme alla pazienza verso i suoi inevitabili inconvenienti.
Il problema non riguarda soltanto il pubblico. Prima di “The Social Reckoning” sono comparsi alcuni trailer italiani giudicati così deboli da rendere difficile capire perché qualcuno dovrebbe trovare una babysitter, prendere l’auto, cercare parcheggio e pagare un biglietto aggiuntivo dopo gli abbonamenti alle piattaforme. Per trasformare una serata del genere in un’impresa sensata, non basta la buona volontà.
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Una stagione piena di eccezioni
“Digger” non è però l’unico film recente ad aver provocato discussioni. Anche “The Social Reckoning”, pur lasciando molte persone insoddisfatte, offre spunti di confronto: resta aperto persino il motivo per cui Jeremy Strong non convinca, se per una debolezza della scrittura o per la sua presenza fisica. Durante l’estate è stata analizzata anche “Odissea”, con un Ulisse trasformato in reduce del Vietnam e Calipso nel ruolo di insegnante di yoga.
La discussione era cominciata già un anno fa con “Una battaglia dopo l’altra”. Il film è stato rivisto persino per ricostruirne l’inizio, compromesso dagli ingressi ritardati degli spettatori e dalle continue proteste contro chi disturbava la proiezione.
Nella stagione cinematografica 2025/2026 si sono così moltiplicate le occasioni di confronto. Si è discusso di chi riduceva “Una battaglia dopo l’altra” all’inseguimento sulle dune, delle scelte degli adattatori di “Digger” e della trasformazione del contrasto tra «essere vivi» e «vivere» nella coppia «vivere» e «sopravvivere».
Perfino “Odissea” ha prodotto una reazione condivisa, soprattutto nell’ultima mezz’ora, quando Matt Damon passa all’azione e affronta tutti. Il sollievo ricordava quello provato nelle lunghe serate di Sanremo, quando il televoto veniva finalmente chiuso nel cuore della notte. La differenza è che una discussione nata da un film delle sei può cominciare prima di cena e lasciare comunque il tempo di andare a dormire a un’ora ragionevole.
Il ritorno delle serate combattute
Per anni il cinema sembrava aver perso terreno davanti alla comodità della visione domestica, ai biglietti costosi, agli stipendi fermi e alla sensazione che fossero finite sia le idee sia le grandi star. La spiegazione potrebbe essere stata più semplice: non c’erano abbastanza film capaci di riempire il pomeriggio e continuare a vivere nella conversazione.
Il ritorno di quattro titoli da sei in una sola annata ha cambiato almeno temporaneamente il panorama. Dopo un periodo in cui si discuteva soprattutto di Sanremo e di “Temptation Island”, il cinema è tornato a offrire materiale per litigare con la stessa intensità con cui si giudicano una coppia televisiva o un abito sul palco dell’Ariston. Non significa che tutti siano tornati in sala, ma che alcuni film hanno ricominciato a rendere l’uscita dal cinema l’inizio della serata, non la sua conclusione.
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