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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Dalle trame in Siria al caso Guilfoyle: il metodo Usa per influenzare i governi

Cablogrammi, pressioni diplomatiche e sostegno a fazioni locali: una sequenza di episodi riaccende il tema delle interferenze americane all’estero.

Nel 2006 William Roebuck, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Damasco, indicò in un cablogramma riservato come sfruttare le fragilità di Bashar al-Assad per indebolirne il potere. Il documento, intitolato “Influenzare il governo siriano alla fine del 2006”, non proponeva un intervento militare diretto, ma una strategia fatta di pressioni indirette, messaggi mirati e sostegno ai mezzi di comunicazione dell’opposizione.

Roebuck descriveva Assad come particolarmente vulnerabile alle crisi e suggeriva di coordinare “azioni, dichiarazioni e segnali” in grado di alimentare il timore di complotti all’interno del regime. L’obiettivo era condizionare l’entourage del presidente e logorare progressivamente l’apparato di potere, anni prima dell’inizio della guerra civile siriana del 2011.


La pressione passa anche dalle urne

Un altro episodio controverso riguarda la Bolivia. Il 20 ottobre 2019 Evo Morales ottenne il quarto mandato consecutivo, ma il risultato fu contestato dalle opposizioni, che denunciarono brogli. L’Organizzazione degli Stati Americani segnalò anomalie nel conteggio e parlò di “manipolazione intenzionale” e “gravi irregolarità”.

Il rapporto contribuì ad alimentare le proteste e fu seguito dall’ammutinamento della polizia. In quel clima, il comandante delle forze armate invitò Morales a lasciare l’incarico; il presidente si dimise il 10 novembre e lasciò il Paese. Analisi successive del Center for Economic and Policy Research e di studiosi collegati al Massachusetts Institute of Technology misero però in discussione le conclusioni dell’organizzazione, sostenendo che l’esame statistico contenesse errori rilevanti e avesse finito per legittimare una rimozione politica.

Anche in Pakistan la leva diplomatica si rivelò esplicita. Il 7 marzo 2022 l’ambasciatore pakistano a Washington, Asad Majeed Khan, incontrò Donald Lu, alto funzionario del Dipartimento di Stato per l’Asia meridionale. Il resoconto riservato della conversazione, noto come “Cifrario”, collegava il deterioramento dei rapporti bilaterali alla visita di Imran Khan a Mosca, avvenuta mentre la Russia invadeva l’Ucraina.

Lu lasciò intendere che la rimozione del primo ministro avrebbe consentito di ricucire i rapporti con gli Stati Uniti: “Penso che se il voto di sfiducia contro il Primo Ministro avrà successo, a Washington tutto sarà perdonato”. In caso contrario, avvertì, l’isolamento internazionale del leader sarebbe diventato molto più pesante. Il 10 aprile Khan perse la sfiducia parlamentare e fu estromesso.


Tra alleati locali e nuovi equilibri

In Bangladesh, una riunione riservata tenuta il 1° dicembre 2025 nell’ambasciata statunitense di Dhaka mostrò un diverso tipo di intervento. A parlarne furono un diplomatico americano e alcune giornaliste locali, poche settimane dopo che un tribunale del governo provvisorio aveva condannato a morte Sheikh Hasina, al potere per 15 anni prima di fuggire all’estero nel 2024 dopo le proteste studentesche.

Il funzionario prevedeva una forte avanzata elettorale del Jamaat-e-Islami, formazione islamista che in passato era stata messa al bando da Hasina. La priorità di Washington, spiegò, era avere interlocutori amici e chiese alle giornaliste di coinvolgere esponenti del partito nei loro programmi. Alle obiezioni sul possibile ricorso alla sharia rispose: “Semplicemente non credo che il Jamaat possa imporre la sharia”. Aggiunse poi che, qualora ciò fosse accaduto, gli Stati Uniti avrebbero reagito con dazi del 100 per cento.

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Dopo la diffusione della registrazione, l’ambasciata definì l’appuntamento una conversazione informale e respinse l’accusa di voler favorire una parte politica. Il caso, tuttavia, si inserisce in una più ampia serie di episodi in cui il rapporto con Washington è stato usato come strumento per influenzare gli equilibri interni di altri Paesi.

In Ucraina, nel pieno delle proteste di Maidan, Victoria Nuland discusse con l’ambasciatore statunitense a Kiev Geoffrey Pyatt della possibile composizione del futuro esecutivo. Nella telefonata trapelata il 6 febbraio 2014, Nuland riteneva Vitali Klitschko inadatto a guidare il governo e indicava Arseniy Yatsenyuk come figura più esperta sul piano economico e istituzionale.

Alla proposta di coinvolgere l’Unione europea, la diplomatica rispose con l’espressione divenuta celebre: “Al diavolo l’Ue”. In seguito si scusò, mentre il Dipartimento di Stato confermò che i rappresentanti americani dialogavano con autorità, opposizione e società civile. Dopo la fuga di Viktor Janukovyč, il 3 marzo, Washington riconobbe il governo provvisorio formato il 27 febbraio, con Yatsenyuk primo ministro.


Il caso Guilfoyle riapre il dibattito

L’episodio più recente è legato a Kimberly Guilfoyle, ambasciatrice americana in Grecia. Durante una cena ad Atene, a marzo, avrebbe previsto la caduta dell’esecutivo romeno, avvenuta poi a maggio. Quando il ministro greco dell’Energia Stavros Papastavrou le ricordò che quel governo era stato scelto dagli elettori, la diplomatica avrebbe replicato: “Possiamo farlo a qualsiasi Paese vogliamo. Possiamo farlo anche qui”.

La vicenda, resa pubblica il 25 settembre, ha riportato l’attenzione sul ruolo di Guilfoyle, ex compagna di Donald Trump Jr nominata rappresentante diplomatica dal suocero Donald Trump. Il suo racconto si aggiunge a precedenti che vanno dalla pressione esercitata attraverso dichiarazioni e rapporti elettorali fino alle indicazioni riservate sui possibili governi amici.

In Venezuela, intanto, la questione ha assunto una forma ancora più diretta: la rimozione di Nicolás Maduro è stata perseguita anche attraverso l’impiego della forza. Nel complesso, gli episodi mostrano modalità diverse — dal sostegno politico alle pressioni economiche, fino alle operazioni di destabilizzazione — accomunate dal tentativo di orientare la leadership di Paesi considerati strategici per gli interessi statunitensi.

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