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Attualità 3 min di lettura22 min fa

Cuore, la prevenzione non basta: l’allarme sui rischi invisibili

Lo scompenso cardiaco riguarda circa 800-900 mila persone in Italia: diagnosi precoce e assistenza continuativa sono decisive per arginare una patologia in crescita.

Le iniziative sul territorio dovrebbero spingere ogni cittadino a occuparsi del proprio cuore prima della comparsa dei sintomi. «Quanto più precocemente adottiamo corretti stili di vita, corretta alimentazione e trattiamo i fattori di rischio, tanto maggiore è la possibilità di incidere sulla salute», ha osservato Massimo Grimaldi, presidente dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco).

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La prevenzione resta senza uno screening dedicato

Secondo Grimaldi, la prevenzione cardiovascolare dovrebbe comprendere controlli sui principali fattori di rischio e, successivamente, un elettrocardiogramma. Quest’ultimo può aiutare a riconoscere in anticipo alcune alterazioni e oggi beneficia anche degli strumenti offerti dall’intelligenza artificiale, che ne hanno rafforzato la capacità diagnostica.

Il presidente dell’Anmco ha evidenziato però una differenza rispetto alla prevenzione oncologica: nei Livelli essenziali di assistenza sono previsti screening gratuiti per il tumore della mammella e per il carcinoma del colon-retto, mentre non esiste un programma analogo dedicato alle patologie cardiovascolari. Eppure queste malattie sono più frequenti e possono risultare, in numerosi casi, anche più letali. Tra le iniziative pensate per avvicinare la sanità ai cittadini c’è “Fism for People”, con una tappa a Cagliari promossa dalla Federazione delle società medico-scientifiche italiane.


Numeri in crescita con l’età

Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte e contribuiscono anche all’invalidità, in parte attraverso l’ictus cerebrale. Lo scompenso cardiaco interessa circa l’1,5% della popolazione italiana, pari a una stima compresa tra 800-900 mila persone.

L’aumento dell’età media rischia di far salire ulteriormente il numero dei pazienti. La maggiore longevità, infatti, non ha ancora spostato abbastanza avanti nel tempo l’insorgenza delle malattie del cuore: più persone raggiungono età avanzate, ma una quota crescente sviluppa problemi cardiaci destinati poi a evolvere verso lo scompenso. Per questo Grimaldi ha invitato a non considerare questa condizione meno grave di un tumore.

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La cura deve continuare fuori dall’ospedale

Per Anmco, l’assistenza non può fermarsi alla fase acuta. Il passaggio successivo richiede un collegamento stabile tra reparti ospedalieri, cardiologi ambulatoriali e medici di medicina generale; anche la riabilitazione, in determinate situazioni, può offrire un contributo importante.

Uno studio recente, Bring-up Scompenso, realizzato con la Fondazione Anmco per il Tuo cuore Ets, ha rilevato che nei reparti cardiologici italiani la grande maggioranza dei pazienti riceve tutti e quattro i medicinali fondamentali per la patologia, con dosaggi adeguati. Il dato risulta positivo anche nel confronto con le medie europee, ma la difficoltà rimane assicurare la stessa continuità quando il malato torna a essere seguito sul territorio. Le Case della comunità, dove più professionisti possono operare nella stessa sede, sono indicate come una possibile risposta organizzativa.


Sintomi e gravità cambiano nel tempo

La presa in carico deve essere prolungata perché le terapie vanno adattate all’evoluzione del singolo paziente. Pressione arteriosa, dimagrimento, diabete o insufficienza renale possono rendere necessario modificare i dosaggi e rivedere il trattamento.

Il segnale più caratteristico dello scompenso è la difficoltà a svolgere attività quotidiane a causa dell’affanno. La classificazione della New York Heart Association distingue quattro livelli: nella prima classe non compare dispnea; nella seconda essa arriva con sforzi moderati o intensi, come salire le scale o camminare molto velocemente; nella terza insorge anche durante attività leggere, come una camminata a ritmo normale; nella quarta compare persino a riposo. Una rete assistenziale stabile serve quindi a intercettare i cambiamenti e intervenire senza attendere un peggioramento.

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