Cuore, lo screening che manca: perché l’insufficienza cardiaca cresce
Massimo Grimaldi richiama l’urgenza di rafforzare prevenzione, diagnosi precoce e assistenza sul territorio per una patologia che colpisce 800-900 mila italiani
La prevenzione cardiovascolare dovrebbe includere controlli sistematici sui principali fattori di rischio e l’elettrocardiogramma, ma oggi non esiste uno screening gratuito specifico inserito nei Lea. Massimo Grimaldi, presidente dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri, chiede quindi di intervenire prima che compaiano i sintomi, puntando su stili di vita corretti, alimentazione equilibrata e diagnosi tempestive.
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La prevenzione resta ancora incompleta
Gli screening gratuiti previsti dai Lea riguardano il tumore della mammella e il carcinoma del colon-retto, mentre manca un programma analogo dedicato alle malattie cardiovascolari. Secondo Grimaldi, sarebbe utile partire dalla verifica dei fattori di rischio e affiancare a questi controlli un elettrocardiogramma, oggi reso ancora più efficace anche dagli strumenti basati sull’intelligenza artificiale.
Il cardiologo ha richiamato il valore delle iniziative territoriali, come la tappa di Cagliari di “Fism for People”, promossa dalla Federazione delle società medico-scientifiche italiane. L’obiettivo è avvicinare la prevenzione ai cittadini e rafforzare la consapevolezza su patologie che possono compromettere gravemente salute e autonomia.
Scompenso, numeri destinati a salire
Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte e invalidità; tra le conseguenze rientra anche l’ictus cerebrale. Lo scompenso cardiaco interessa circa l’1,5% della popolazione e in Italia riguarda già 800-900 mila persone. L’aumento dell’età media, senza uno spostamento altrettanto marcato dell’insorgenza delle patologie cardiache, lascia prevedere un ulteriore incremento dei casi.
Grimaldi ha definito lo scompenso una vera “epidemia” e ha sottolineato che la sua gravità non è inferiore a quella di un tumore. La malattia limita progressivamente le attività quotidiane attraverso la dispnea, classificata in quattro livelli secondo la scala della New York Heart Association: dall’assenza di affanno alla difficoltà respiratoria presente anche a riposo.
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Dopo l’ospedale serve continuità
Nei reparti cardiologici italiani, secondo lo studio “Bring-up Scompenso” realizzato con la Fondazione Anmco per il Tuo cuore Ets, la maggior parte dei pazienti riceve i quattro trattamenti farmacologici fondamentali e a dosaggi adeguati. Il livello delle terapie ospedaliere risulta positivo anche nel confronto con le medie europee.
La difficoltà principale riguarda il periodo successivo alla fase acuta. I pazienti devono essere seguiti nel tempo da ospedali, cardiologi ambulatoriali e medici di medicina generale, con il possibile contributo dei percorsi riabilitativi. Le Case della comunità possono favorire l’integrazione tra i diversi professionisti e rendere più stabile la presa in carico.
Cure da adattare nel tempo
La gestione dello scompenso non può fermarsi alla prescrizione iniziale: le terapie devono essere modificate in base all’evoluzione clinica. Cambiamenti della pressione, dimagrimento, comparsa del diabete o riduzione della funzione renale possono rendere necessario rivedere i dosaggi e l’intero percorso assistenziale.
Per questo, secondo Grimaldi, “il concetto di presa in carico funziona se il paziente viene seguito nel tempo”. Informazione e controlli regolari dovrebbero spingere ogni cittadino a occuparsi del proprio cuore prima dell’insorgenza della malattia, così da aumentare le possibilità di proteggere la salute.
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