Cottarelli vuole le coperture. Ma gli elettori preferiscono la cuccagna
La proposta per obbligare i partiti a spiegare come finanziano le promesse riapre una domanda scomoda: perché continuiamo a preferire i sogni ai conti?
La proposta di Carlo Cottarelli nasce da un’idea semplice: prima di chiedere voti promettendo nuove misure, i partiti dovrebbero indicare con precisione da dove arriveranno le risorse necessarie. Il problema è che, in una democrazia affollata di slogan, spesso il pubblico non cerca il conto economico della promessa, ma la promessa più seducente.
È lo stesso meccanismo che porta a credere nei video manipolati, nei guadagni facili e nei servizi apparentemente gratuiti. La politica prova allora a rimediare con avvertenze, precisazioni e controlli, senza affrontare la domanda più difficile: perché tanti adulti, istruiti e informati, continuano a voler credere alla favola?
La politica avvisa, l’elettore sogna
Cottarelli ha messo online una proposta di legge che imporrebbe ai partiti di presentare le coperture finanziarie delle misure annunciate durante le campagne elettorali. L’obiettivo è limitare quello che Ferruccio De Bortoli ha definito il grande inganno delle promesse prive di fondamento economico.
L’ex commissario alla revisione della spesa ha riassunto il senso dell’iniziativa con una domanda: «Vorreste avere come amministratore del vostro condominio qualcuno che vi dice che vuole installare un nuovo ascensore, ma non vi dice dove prenderà i soldi?». Il paragone è concreto, ma proprio per questo rischia di non funzionare: l’elettore non sempre vuole sapere quanto costerà l’ascensore. A volte preferisce immaginare di averlo già in casa.
Il cittadino contemporaneo viene trattato come un Pinocchio adulto, convinto che gli zecchini d’oro possano essere piantati e poi raccolti in quantità maggiore. Di fronte a una promessa di abolizione della povertà, di servizi gratuiti o di una vita più facile, il calcolo delle conseguenze passa rapidamente in secondo piano.
Le note non cambiano le convinzioni
Un esempio arriva dalle note aggiunte ai contenuti pubblicati su X. Il sistema può segnalare che un filmato attribuito a un fatto recente risale invece a diversi anni prima, oppure correggere una ricostruzione costruita su informazioni false. In alcuni casi la precisazione viene notificata anche a chi aveva commentato il messaggio originario.
Ma la correzione razionale non basta quando la convinzione è diventata una forma di fede. Chi usa un video vecchio per dimostrare che l’immigrazione è la causa di ogni problema continuerà spesso a pensarla allo stesso modo anche dopo aver scoperto la data reale della registrazione. E chi considera l’immigrazione sempre positiva non cambierà necessariamente idea se il filmato fosse autentico e recentissimo.
La verifica dei fatti finisce così per assomigliare allo slogan «prima il programma», ripetuto quando si domanda a un partito con chi intenda allearsi o chi sarà il suo prossimo leader. È una risposta ordinata, ma lontana da ciò che molti elettori cercano davvero: non un documento da leggere, bensì una figura capace di incarnare desideri, rabbia o speranze.
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Anche il gratis ha un prezzo
La stessa ingenuità emerge fuori dalla politica. A un matrimonio, una coppia aveva utilizzato un portale per raccogliere le offerte degli invitati. Il servizio tratteneva una percentuale sulle somme ricevute e questo aveva provocato stupore e indignazione tra gli invitati, molti dei quali avevano formazione e strumenti culturali sufficienti per capire che la piattaforma non operava gratuitamente.
Sembrava invece che nessuno avesse considerato l’ipotesi più ovvia: mantenere server e organizzare il servizio comporta dei costi, e qualcuno deve sostenerli. La commissione non era un incidente nascosto, ma il prezzo di un’attività commerciale. Eppure la sorpresa fu simile a quella riservata a una promessa politica senza copertura: si voleva il beneficio, non il conto.
Lo stesso vale per il gratta e vinci acquistato nella speranza di cambiare vita senza lavorare, o per la pubblicità delle scommesse costruita ai margini delle regole. Una parte della classe dirigente sfrutta questa disponibilità a credere; un’altra cerca di proteggerla con avvisi e strumenti di controllo. Entrambe, però, sembrano accettare il presupposto di partenza: il cittadino va trattato come qualcuno da guidare con una nota a margine.
Il vero problema resta educativo
Le promesse elettorali funzionano perché consentono di sospendere il ragionamento per qualche mese. L’elettore può immaginare scuole migliori, servizi efficienti e soluzioni immediate senza domandarsi chi pagherà, quali tempi saranno necessari e quali rinunce comporterà il progetto.
La vita quotidiana, del resto, richiede già una quantità estenuante di decisioni. Anche scegliere un caffè può trasformarsi in un elenco interminabile di miscele e varianti. In questo contesto, l’idea di esaminare programmi, bilanci e coperture appare più faticosa dell’abbandonarsi a una narrazione semplice, magari irrealistica ma rassicurante.
Per questo la domanda lasciata aperta dalla proposta di Cottarelli riguarda tutti: De Bortoli, i partiti, le piattaforme digitali e chiunque pensi di risolvere il problema aggiungendo l’ennesimo avviso. Se l’elettore crede ai contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale, alle promesse senza finanziamento e alla gratuità dei servizi commerciali, è sufficiente informarlo che sta ricevendo una falsità?
Oppure bisognerebbe costruire una società capace di riconoscere meglio gli inganni, di pretendere spiegazioni e di rinunciare, almeno qualche volta, alla moltiplicazione miracolosa dei pani, dei pesci e degli zecchini d’oro?
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