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Conte conquista il campo largo: il pacifismo che svela la nuova sinistra

La risoluzione contro l’aumento delle spese militari riflette, secondo questa lettura, il peso crescente di Giuseppe Conte nell’opposizione e il suo rapporto con la sinistra italiana.

Il dato politico più significativo non sta soltanto nella posizione sul riarmo, ma nella centralità conquistata da Giuseppe Conte tra forze che fino a pochi anni fa consideravano il Movimento 5 stelle l’avversario da abbattere. Oggi, invece, il leader pentastellato appare come il riferimento più gradito a una parte trasversale dell’elettorato progressista, con un consenso nel Partito democratico che Elly Schlein, secondo i sondaggi richiamati, non riuscirebbe a ottenere tra gli iscritti e i simpatizzanti del M5S.

Questa trasformazione non dipenderebbe soltanto dalle capacità personali di Conte. Il suo risultato elettorale, poco sopra il dieci per cento, gli garantisce una posizione determinante nell’attuale sistema bipolare e gli consente di esercitare una pressione rilevante sugli altri partiti di opposizione. A renderlo una figura quasi imprescindibile, però, sono stati soprattutto quelli che lo hanno accompagnato dall’esperienza populista alla nuova collocazione progressista.

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Il ritorno del leader pentastellato

Conte ha saputo adattarsi ai cambiamenti del senso comune, passando dal ruolo di garante dell’intesa tra sovranisti e populisti a quello di interprete della sinistra pacifista. La sua parabola viene descritta come un esempio di trasformismo politico: da figura individuata nel 2018 per rappresentare a Palazzo Chigi i propri vice, è diventato in breve tempo «un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste».

La riabilitazione è arrivata anche dopo passaggi che avrebbero potuto renderla impossibile. La caduta del Governo di Mario Draghi, formalmente legata alla vicenda dell’inceneritore ma, secondo questa ricostruzione, motivata soprattutto dal dossier ucraino, contribuì alla sconfitta del centrosinistra alle elezioni politiche del 2022. Nonostante ciò, il Partito democratico e gli altri settori della sinistra hanno successivamente ricucito il rapporto, fino a trattare Conte come un alleato ormai organico.


Una frattura sull’Europa

Alla base di questa convergenza ci sarebbe una lettura condivisa della guerra in Ucraina. Partiti e militanti del campo largo, secondo l’analisi proposta, non considererebbero l’invasione come la principale minaccia europea, ma come la conseguenza delle scelte occidentali maturate prima del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. In questa prospettiva, l’espansione della Nato e l’avvicinamento all’Unione europea di diversi Paesi dell’Est avrebbero alterato gli equilibri che la Russia considera essenziali per la propria sicurezza.

La stessa interpretazione tende a presentare il Maidan come un’operazione orchestrata da Victoria Nuland e a descrivere l’imperialismo russo come una risposta alle iniziative altrui, non come un progetto autonomo legato alle ambizioni eurasiatiche di Mosca. Viene ricordata anche la tesi di Lucio Caracciolo secondo cui sarebbero i Paesi baltici a voler aggredire la Russia. Il risultato, per l’autore, è l’abbandono di una tradizione europeista capace di unire libertà, autonomia strategica e difesa del continente.

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Il pacifismo come nuova egemonia

La critica si estende al modo in cui una parte della sinistra giudica le crisi internazionali. Il 7 ottobre e l’attacco russo all’Ucraina verrebbero ridimensionati, mentre ogni movimento di resistenza all’ordine occidentale sarebbe celebrato, anche quando ricorre alla violenza criminale. Nella stessa cornice, Donald Trump sarebbe ridotto all’ennesimo antagonista degli Stati Uniti, senza coglierne la rottura con la tradizionale politica americana.

È dentro questo quadro che la risoluzione parlamentare assume un valore più ampio. Il testo è stato presentato martedì dalle forze del campo largo: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra, Italia viva e PiùEuropa. L’impegno dichiarato è quello di «scongiurare ulteriori aumenti delle spese per i sistemi di armamento che insistono sul bilancio dello Stato» e di promuovere «una vera difesa comune europea e a perseguire una strategia che punti alla sovranità e indipendenza energetica e che metta gli Stati membri al riparo dagli effetti destabilizzanti indotti dalle guerre».

Secondo l’autore, quella scelta non sarebbe il frutto di un episodio isolato, né soltanto di un accordo elettorale tra partiti minori interessati a restare nell’alleanza. Rappresenterebbe piuttosto l’esito di rapporti di forza politici e culturali che hanno spinto lo schieramento progressista verso una posizione definita di disarmo e neutralismo, lontana dalle responsabilità che deriverebbero dal ruolo europeo.


La risoluzione e il peso di Conte

Il documento contro il riarmo diventa così il simbolo dell’influenza esercitata da Conte sull’intero schieramento. L’intesa nata nel 2019 tra Partito democratico, sinistra e M5S, inizialmente legata alla necessità di contrastare Matteo Salvini dopo il Papeete, si sarebbe trasformata in una collaborazione molto più profonda, fino a fare del leader pentastellato una figura di riferimento per l’area progressista.

La domanda conclusiva riguarda dunque non solo Conte, ma chi gli ha consentito di compiere questa metamorfosi. La sinistra che un tempo voleva cancellare il Palazzo oggi sembra riconoscere nel capo del Movimento 5 stelle la possibilità di recuperare una parte della propria identità perduta: quella che, secondo questa lettura, è stata accantonata per ragioni di governo e che ora torna a manifestarsi attraverso la retorica della pace, della giustizia sociale e della difesa dei ceti popolari.

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